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domenica 23 dicembre 2018

Frammentini

Immagine tratta dal Web
E' stato un periodo bizzarro. Statico e rivoluzionario al tempo stesso. Di acciacchi e malanni e di grande energia. Per la prima volta, da quando ho aperto questo blog, mi metto a scrivere senza avere ben chiaro l'argomento di queste parole. Il che non credo sia un male.
A settembre, ho cambiato ancora una volta scuola. Un istituto tecnico della mia città, dove non ero mai stata. Non mi ci sono ancora adattata e non so se mi adatterò. E' un alveare: tante sezioni, tanti ragazzi, tanti colleghi. Molte regole necessarie - me ne rendo conto - ma difficili da tenere a mente per me che ho sempre avuto regole mie, da sposare con la mia creatività.
Per fortuna ci sono i ragazzi: due classi da trenta alunni e una da diciassette. Loro ti riempiono le ore, ti scaldano il cuore. Si ribellano, ti abbracciano, alternano studio e problemi adolescenziali, vogliono parlare, parlare sempre... E io, ovunque vada, li adoro senza riserve.
Il clima si è irrigidito. Di colpo, ha cominciato a far freddo e la mia schiena si è bloccata. Per fortuna a gennaio riprenderò col mio yoga. In compenso, la settimana di sosta forzata (mai usufruito  prima d'ora di un periodo di mutua così lungo!) mi ha permesso di leggere molto. Ho esaurito la saga della Ferrante (da rileggere quanto prima, per fissare nella memoria passaggi e parole che, d'acchito, sono semplicemente fluite dentro di me, grazie alla bellezza mai ostica della scrittura...), proseguito con Il risveglio della Dea di Vicky Noble e presto mi aspetterà un saggio sulle dee nere dell'induismo. Continuo a riflettere sul femminile, senza sosta (sarà un caso, che le mie autrici e cantanti preferite siano sempre donne?) - sul femminile "buono", liberato, che si oppone (per donargli salvezza?) a quello nevrotico, rancoroso delle donne che si credono moderne e che, in realtà, sono le prime vittime sacrificali della granitica società patriarcale.
Sento anche l'esigenza di riprendere e di riorganizzare la mia attività di scrittura, che spesso langue - o viene del tutto sovrastata dalle necessità didattiche: i programmi, gli approfondimenti per le lezioni (che bisogna preparare affinché risultino accattivanti e mai monotone), i temi dei ragazzi da correggere... Desidero spontaneamente un nuovo rigore che si sposi con la bellezza del mutamento, dell'evoluzione, del generare. Concetti che possono sembrare contraddittori, ma che non lo sono nella mia testa e che non lo saranno nella loro realizzazione. Ecco perché, poche righe sopra, scrivevo di non essere dispiaciuta per questo vagare senza meta dei miei pensieri: non è forse dal caos che, se ci sappiamo fare, torna a esplodere la vita?
Pensieri, frammentini.
In verità, non sono mai stata tanto ottimista e sicura del mio potenziale come in questo periodo.

«Ho tenuto alta la mia visione come un raggio di luce bianca, ed è stato un bene per tutti...» (V. Noble, Il risveglio della Dea)

martedì 4 settembre 2018

Di ciò che termina con l'inizio dell'autunno

Alcuni dei testi utilizzati per il progetto
di filosofia e letteratura svolto presso
la Casa Circondariale di Vercelli
I momenti di passaggio sono i più delicati. Per chi, come me, insegna ed è precario, uno dei più importanti è senza dubbio la fine dell'estate: le giornate si accorciano, le rondini smettono di garrire e - sempre più spesso di quanto lo si vorrebbe - ci si ritrova a pensare a ciò che è stato (ai colleghi e agli allievi dell'anno precedente, a cui ci si era affezionati, pur fra tante tempeste...) e a ciò che sarà. In quale scuola finirò quest'anno? Si tratterà di un nuovo istituto? E come saranno, i ragazzi? Sarò in grado di dare loro ciò di cui avranno bisogno? Tante domande e nessuna risposta. Come sempre, queste ultime arriveranno a fine percorso.
Quest'anno, poi, la fine dell'estate coincide anche col termine del progetto che Paolo e io abbiamo realizzato insieme, con la collaborazione delle inarrestabili Valeria Climaco, Mari De Pascale e Antonietta Pisani, presso la sezione maschile della Casa Circondariale di Vercelli. Dopo la bella esperienza di Letti di pomeriggio, questa volta abbiamo portato in carcere la filosofia e la letteratura. Cinque incontri in cui abbiamo parlato di Wittgenstein, Platone, Kant, Freud (sempre e rigorosamente in ordine non cronologico!) e letto poesie e brani di Mariangela Gualtieri, Wisława Szymborska, Alessandro D'Avenia, Sylvia Plath. Pensieri e parole di autori diversi per epoca, formazione e inclinazione, riuniti ad ogni lezione sotto un unico ampio tema (il linguaggio, il pensiero, l'amore e l'amicizia, l'inconscio...) e che si sono trasformati, incontro dopo incontro, in un'occasione di dialogo e confronto.
Calda, bella e consolante la partecipazione delle persone detenute, in particolare di quello "zoccolo duro" che ci ha seguito (nonostante il caldo afoso del mese di agosto!) imperterrito durante tutte le nostre divagazioni. Non dimenticheremo facilmente i loro volti, le loro storie e le risate a cuore aperto che ci hanno regalato - nella speranza di poterli reincontrare ancora sul nostro cammino. Magari in autunno, quando l'inizio della nuova stagione porterà con sé nuovi progetti - forse da realizzare ancora presso la Casa Circondariale...

giovedì 21 giugno 2018

Letti di notte (anzi, no... di pomeriggio!) 2018

Oggi è il solstizio d'estate... ed è anche la notte bianca dei libri, delle librerie e delle biblioteche. Sono belle, queste iniziative amiche della pagina stampata, delle parole concatenate, delle storie immaginate (e, sì, lo so: devo ancora parlare, su questi fogli virtuali, dell'iniziativa dei MIEI ragazzi dell'ITCG "P. Calamandrei", che hanno aderito a "Il maggio dei libri" parlando - e leggendo - di libertà. Sono vergognosa!).
Per l'occasione, l'infaticabile Roberta Invernizzi (filosofa e scrittrice) ha organizzato un incontro presso la Casa Circondariale di Vercelli. Da tanto tempo Roberta stava lavorando a questa iniziativa, raccogliendo presso privati e librerie della zona testi e volumi di ogni tipo per i detenuti. Oggi ne ha portati in dono circa 200 e, in più, ha regalato alle persone detenute che hanno partecipato all'incontro, un pomeriggio di chiacchiere, riflessioni e letture.
Abbiamo partecipato anche Paolo e io, insieme ad Alessandro Barbaglia (scrittore e librario), a Raffaella Lanza, giornalista de "La Stampa", e alle volontarie Mirella Ruo e Alfonsina Zanatta. Due ore di riflessioni (sulla filosofia, sulla poesia e sul perché della narrativa), chiacchiere, condivisione di esperienze e di letture di ogni tipo: da Shopenhauer alla Szymborska, passando attraverso fiabe che parlano di alberi, di bambini mai troppo piccoli per essere coraggiosi e di poesie ancora da scrivere.
Lo stesso "pubblico" dei detenuti non è stato un vero e proprio pubblico, ma un interlocutore attento, generoso e, in alcuni tratti, anche molto divertito.
Bei momenti, bei sorrisi, forti strette di mano, che hanno unito il "dentro" e il "fuori" permettendo a noi tutti di essere "altro" rispetto alle consuetudini, ai soliti pensieri che ci assillano, alle microscopiche preoccupazioni del quotidiano a cui (troppo spesso) permettiamo di prendere il sopravvento su di noi.
Occasioni come questa (per la quale ringrazio tre volte Roberta: una a nome mia, una a nome di Paolo e una in nome di tutte le parole che svolazzano lievi sopra le nostre teste), mi ricordano che cosa voglia dire essere vivi qui e ora... e mi tengono ben desta, lontana da ogni DISATTENZIONE.


Disattenzione: la poesia che ho portato in dono oggi alla
Casa Circondariale di Vercelli.

giovedì 30 novembre 2017

Come Mary Poppins...

Il mestiere dell'insegnante è il più bello del mondo - a patto che venga svolto per reale passione e non (solo) per portare a casa uno stipendio a fine mese.
Purtroppo, finché si è precari, si è costretti a cambiare scuola ogni anno (o quasi) e questo spesso è straziante. Ho sempre pianto l'ultimo giorno di lezione, all'idea di dover lasciare i miei ragazzi senza avere la certezza di poterli ritrovare l'anno successivo.
Da settembre ho preso servizio al "Calamandrei" di Crescentino; una scuola che per me è una seconda casa, dove mio padre insegna da moltissimi anni e dove io, da bambina, facevo i compiti al pomeriggio, quando papà aveva i consigli di classi o gli scrutini. Ne sono contenta e ho intenzione di godermi questa esperienza fino in fondo. Del resto, per consolarmi e stemperare un po' la malinconia, ho imparato a concepire me stessa nell'ambito di questa professione come una specie di Mary Poppins post litteram: vado dove c'è bisogno di me, senza voltarmi troppo indietro. Un paio d'anni al "Mercurino" di Gattinara, uno al "Calamandrei", un altro al "Mercurino" (con una puntata alla sezione maschile del carcere di Vercelli - esperienza meravigliosa, da ripetere il prima possibile!) e poi di nuovo il ritorno al "Calamadrei". E... chissà il prossimo anno dove sarò!

Oggi pomeriggio, però, voglio essere un po' nostalgica e ricordare il grande spettacolo Geometri's Got Talent, organizzato insieme ai miei alunni e agli amici e colleghi di una vita. Questo il video... di una giornata in cui abbiamo sgobbato, faticato, riso e pianto al tempo stesso...

(E sì, al minuto 00:49 ci sono pure io, chiamata fuori da dietro le quinte a tradimento! Oooopss!)

sabato 1 aprile 2017

Combattenti esausti - Parte prima

#nonunadimeno
Esperienze scolastiche a proposito della "sub-cultura" della violenza


Sono anni (precisamente dall'assassinio di Silvia Caramazza) che lavoro con i miei alunni per arginare il diffondersi della "cultura della violenza" ed è inutile dire che i più recenti fatti di cronaca (non solo i femminicidi di Borgo Vercelli e di Pinerolo, ma anche la terribile mattanza di Alatri, ai danni del giovanissimo Emanuele Morganti) hanno provocato in classe accesi dibattiti e discussioni. Ci si indigna e al tempo stesso si cerca di capire.
I ragazzi mi raccontano che risse e violenze sono molto frequenti nei locali notturni. Mi raccontano di pestaggi a cui hanno assistito, di giovani colpiti con furia disumana solo per un'occhiata di traverso, di corpi esanimi oltraggiati con sputi e calci. Di violenze che solo per un soffio, per una fortuita fatalità, non si sono trasformate in tragedia. Mi riferiscono di come gli amici della vittima di turno spesso intervengano per aiutarla, per proteggerla (e - da notare - spesso si tratta di "compagnie" eterogenee, composte da adolescenti italiani, marocchini, albanesi, rumeni... con buona pace di quei giornalisti che vanno sempre alla caccia della "rissa fra bande di etnie diverse") e sono sì increduli di fronte a tanta brutalità - ma non quanto ci aspetteremmo.
Non è vero che tutti i giovani di oggi siano teppistelli alla ricerca della facile trasgressione. Anche questo è un luogo comune che chi lavora quotidianamente come insegnante o educatore sa essere del tutto fasullo. Esistono molti "bravi ragazzi" (come lo erano Emanuele e i suoi amici); ragazzi che ripudiano la violenza e che ricercano (non senza difficoltà) rapporti umani sinceri, che possano aiutarli a contrastare il solipsismo della società iper-tecnologica in cui si sono trovati a vivere. Ragazzi con cui fa piacere parlare e che spesso, durante le lezioni, riescono a strapparti il sorriso. Adolescenti a cui risulta impossibile non affezionarsi. Ragazzi sensibili - eppure rassegnati.
Immagine da Pinterest
La rassegnazione alla violenza e ai comportamenti stereotipati: ecco qual è il vero cancro della nostra modernità.
Prima ancora dei fatti di sangue, delle analisi sociologiche che ne conseguono, ciò che colpisce è l'incapacità delle giovani generazioni di comprendere che i modelli comportamentali diffusi potrebbero essere arginati o modificati da una presa di coscienza collettiva.
I giovani di oggi sono combattenti esausti - e lo sono perché noi adulti abbiamo insegnato loro (con il nostro esempio) che, dopotutto, non vale la pena di lottare per ciò che è socialmente diffuso e accettato - sebbene discutibile.
Abbiamo insegnato ai nostri figli e ai nostri alunni a essere "tiepidi", mentalmente immobili: non li abbiamo stimolati a sviluppare la capacità di analisi, non li abbiamo abituati a ragionare autonomamente sulla base di dati raccolti. Al contrario - attraverso la nostra colpevole accidia - li abbiamo istruiti ad adattarsi, a non andare mai contro "il sistema". Resta nascosto nella tua nicchia e non ti accadrà nulla di male. Mamma e papà ti proteggeranno sempre. Non badare al Male, il Male non esiste... Ecco la litania che ripetiamo loro fin da quando sono piccoli.
Ma il Male esiste - e va affrontato, e combattuto, con le armi dell'intelligenza, della capacità analitica, dell'empatia. Tutte pratiche a cui i nostri "figli" non sono avvezzi. Ecco perché i nostri "bravi ragazzi" rischiano (e lo rischieranno sempre più di frequente) di diventare pecore sacrificali.

• Continua •

mercoledì 22 marzo 2017

The cats will know

Ciò che i principali detrattori rimproverano al movimento animalista (o, per meglio dire, antispecista) è di occuparsi di inezie. «Con tutti i problemi che ci sono al mondo», si dice, non di rado con una certa acrimonia, «voi andate a preoccuparvi del benessere e dei diritti degli animali. Ma non vi vergognate?»
No, non ce ne vergogniamo affatto. Anzi, ne andiamo fieri, giacché noi indefessi salvatori di cani, gatti, caprette e maialini siamo tra i pochi (ma siamo davvero così pochi?) ad aver compreso che la Natura è un unicum, un ciclo perpetuo di connessioni che racchiude tutte le sue creature in un flusso costante di energia - flusso che non è mai unidirezionale, ma che è scambio, reciprocità, unione dei contrari.
La maggior parte delle persone è troppo presa dalle magagne del quotidiano, per accorgersi di quanto sia prepotentemente VIVA l'energia della Natura. «Ci si preoccupa di più di portare vestiti alla moda, o per lo meno puliti e senza toppe, che d'essere a posto con la coscienza» scriveva H.D. Thoreau in Walden.
Vi sono perfino coloro che si riempiono la bocca di discorsi sulla spiritualità e sul rapporto Uomo/Natura per poi avvelenare o bastonare il gatto che si permette di scavare nel loro "trendissimo" orto biologico - o che condividono articoli e link intelligenti spinti più dal fremito del proprio pollice che dall'anelito del cuore.
In effetti, a ben vedere, il panorama della com-passione umana non è tra i più edificanti.
Ma non va sempre così.
Ashes e Snow, di © G. Colbert (2005)
Sabato pomeriggio, ad esempio, ci è capitato un fatto grazioso. Stavamo per pranzare quando la nostra vicina di casa viene a suonarci il campanello: «Eloisa, aiuto, c'è un gattino imprigionato nel tombino di scolo davanti alle nostre case!». Oddio... e che si fa? Povera creatura! Chiamiamo subito i Vigili del Fuoco, che accorrono in men che non si dica. Riflettiamo sul da farsi e siamo tutti in fibrillazione: il mio compagno e io, le nostre meravigliose vicine di casa, i vigili. Più di tutti, il povero micetto, che continuava a miagolare disperato e tentava invano di aggrapparsi con le zampette alla griglia del tombino per uscire.
Alla fine i pompieri riescono a bloccarlo con un laccio intorno al collo (per impedirgli di fuggire attraverso le condotte e rendere vano il nostro lavoro) e il piccolo viene estratto dal buco: stremato (nel trasportino quasi non si reggeva in piedi), affamato e con qualche escoriazione sul muso, ma salvo!
Lo portiamo subito alla clinica veterinaria della nostra città e prendiamo accordi con il gattile. Il piccolo verrà curato, reidratato e infine si cercherà per lui una famiglia amorevole.
Una storia come tante? Un semplice "happy end", che non muoverà nulla nell'economia dell'Universo?
A me piace pensarla diversamente.
Credo che ogni singolo atto di compassione (sia nei confronti dei nostri simili, il cui linguaggio è per noi facile da comprendere; sia verso quelle creature che non comunicano attraverso le parole e la cui sofferenza può essere perciò percepita solo attraverso la dote dell'empatia) sia in grado di muovere energie sottili, ma forti e ben radicate nel tessuto del Cosmo. Energie che abbiamo dimenticato (presi come siamo nella corsa sfrenata all'individualismo e all'affermazione di noi stessi), ma che in realtà sono alla base del dipanarsi della Vita. Poiché noi siamo (o dovremmo essere) ben altro, oltre ai nostri impegni quotidiani, alle nostre idiosincrasie, agli incontri mondani e lavorativi. Dovremmo tornare ad essere umani - e dunque capaci di Amore e di sympatheia. Dovremmo tornare nel grembo di quella Natura da cui ci siamo allontanati per inseguire sogni di gloria, brame di possesso - e l'innegabile dipendenza da una tecnologia asettica, crudele, castrante.
Per questo ogni occasione non è casuale - e ogni nostra risposta alle sollecitazioni che ci vengono proposte dal destino determinerà combinazioni diverse.
Perché quel povero micetto ha continuato a fissarci e a miagolare per più di tre quarti d'ora, mentre attendevamo i soccorsi? Perché non è tornato indietro nella conduttura di scolo, perché non ha cercato altrove la sua salvezza? Perché proprio da noi, che cercavamo di blandirlo, parlando una lingua a lui sconosciuta? Che cosa ha spinto un animale selvatico e randagio a fidarsi di noi (un gruppo di sei donne e un uomo) e della nostra volontà di porre fine alla sua sofferenza?
E per quale motivo, dopo questa piccola esperienza, noi tutti abbiamo continuato a parlarne, ogni volta che ci siamo incontrati per strada, sorridendoci e salutandoci forse con un calore nuovo, con una felicità sopita e riscoperta?
Non è tutto casuale, perché la libertà di scelta è da sempre nelle nostre mani. Possiamo scegliere se voltarci dall'altra parte di fronte a una richiesta di aiuto - da qualunque direzione essa provenga. Oppure possiamo decidere di tirarci su le maniche e affondare le braccia fino ai gomiti nella corrente calda e impetuosa che muove la Natura, il Cosmo e tutta la nostra Vita.

lunedì 8 agosto 2016

Per Evandro della Serra: amico grande, anima bella

Ti leggo adesso che non ci sei più.
Del resto, lo sai, io sono sempre stata lenta e precisina, mentre tu sprizzavi parole da tutti i pori. Per questo ora il tuo silenzio ha un effetto tanto straziante, in me e in tutti noi. Eravamo abituati a sentirti, a leggerti - e credo che non abbiamo mai capito niente, perché, in verità, eri tu ad ascoltarci, a leggere tra le nostre righe impazzite, a suonare i nostri vissuti in accordo con l'andirivieni delle onde del mare. Diventavano belle, le nostre vite, attraverso la tua penna.
Con me, replicasti la magia per due volte - le più importanti. Con La casa della Candelora (i cui protagonisti erano - guarda caso - un vecchio brontolone e "la ragazza dalle nere sottane", inquilini improbabili di un condominio che tanto sarebbe piaciuto a Salvador Dalì), diversi anni fa e, di recente, con Il canto delle conchiglie, andato in scena a Jesolo lo scorso 24 luglio. 
Avevi saputo della mia separazione, degli anni di sofferenza che avevo trascorso (sempre in silenzio, come da copione) e mi hai chiesto di farti dono del mio dolore.
Sei sempre riuscito a farmi scrivere. Sei sempre stato un guaritore attraverso le parole.
Io ho rigettato su carta la mia decennale rigidità - tu ne hai fatto poesia.
Se non è un miracolo questo.
Il mare imbroglia, è sempre lui che mescola le carte. Tu lasci delle orme, dei segni, pianti un paletto, scrivi qualcosa con le conchiglie di giorno e la notte arriva l'alta marea e sguish...cancella tutto. Ogni mattina ricominci da capo, e non saprai con quale forza il mare si schianterà sui frangionde, se accarezzerà la spiaggia o la schiaffeggerà. La vita è uguale. Ci sono giorni che il cielo e il mare si truccano pesantemente, come vecchie attrici, di nero e blu. L'alba non può esibire nulla di viola. Sipario, si recita lo stesso. E in questi giorni di tempesta, con la grandine che spacca i tetti dei chioschi e fa assomigliare la sabbia ad emmenthal io penso, e quando penso sono pericolosa per me stessa. Penso e mi faccio male. Progetto la mia distruzione con estrema cura, fin nei minimi particolari. Mi rovino la vita da professionista. (Da Il canto delle conchiglie)

Evandro Della Serra
Me lo hai ripetuto per anni, che avrei dovuto continuare a scrivere ("Scrivi, ragazzina. Sei favolosa, quando scrivi") e io, che non sono granché come allieva, per tutta risposta, ho lasciato (con gioia, con trepido orgoglio) che fossi tu a raccontare il mio travaglio. Non avrei potuto affidarlo a mani migliori.
Chissà se imparerò mai la lezione, Evandro caro. E, se la imparerò, chissà se avrò mai modo di dirtelo, che l'ho imparata.
Sarebbe bello se un giorno potessimo ritrovarci nella nostra Casa della Candelora, in quel condominio surreale che assomigliava ad un alveare. Chissà se torneremo ad essere vicini di casa - e insieme a noi coloro che abbiamo amato come folli. Sarebbe bello se potessi dirti che dalla tua morte sono nati fiori gialli e arancioni e blu, che profumano di cose giuste e felici. Credo che ne saresti soddisfatto. Credo che non vorresti lacrime e sconforto, per questo brutto scherzo che ci hai giocato, bensì ti aspetteresti che imparassimo qualcosa - una volta tanto.
Ci proveremo. Ci proverò. Da domani. Oggi lascia che ancora ci asciughiamo le lacrime, stringendoci smarriti l'un l'altro. Perché ci manchi, sai. Mancano i tuoi rimbrotti, le tue esortazioni - e, sopra ogni cosa, le tue parole. Quelle che rievocavano odori e rumori forti e risate fra le lacrime e terra e spruzzi di acqua salata...
Questa vita ha bisogno di uomini che leggano poesie in riva al mare e che scelgano di diventare padri a dispetto del sangue - come hai fatto tu.
Adesso spetta a noi.
Bello scherzo ci hai fatto, Evandro.

venerdì 5 agosto 2016

Phaneron!

Bella estate, questa, che sa di sapone per il bucato, di profumo dolceamaro della pelle e di lavanda testarda.
Sono così impegnata a vivere che scrivo poco. Me ne dispiaccio... ma solo un po'!
Credo che fosse ora di abbandonare la vecchia "rigidità progettuale" per la bellezza del semplice fluire.
Nel frattempo, prima di pubblicare una nuova recensione (sono ancora ferma a Vita degli Elfi della Barbery), approfitto per linkare il blog del nuovo progetto a cui mi sto dedicando:



Logo e progetto grafico sono miei... e spero che vi piacciano! :)
Buona vita. Di cuore. ♥

giovedì 30 giugno 2016

Poco per volta, si viene alla luce...

Un caro Amico mi ha chiesto di scrivere qualcosa sulla solitudine, per aiutarlo nella composizione di un monologo sulla malinconia generata dalla fine di un amore.
Queste sono alcune delle mie idee, dei pensieri che ho scritto di getto - senza pensarci troppo su.
Il risultato finale sarà nel suo monologo, che spero di poter presto pubblicare su questo blog. In fin dei conti aveva ragione De André: dal letame nascono sempre i fiori...


Raccontare grandi tragedie è facile. Mettere su carta passioni che spingono i protagonisti a deragliare è un mestiere semplice. Il difficile è raccontare la corruzione lenta dei sentimenti, lo sgretolarsi quotidiano di un’illusione. Il cinema e la letteratura pullulano di personaggi maschili violenti. Ma si può essere crudeli anche con dolcezza e senza mai alzare la voce. Esistono uomini dediti al distacco tanto quanto altri lo sono alla bottiglia o al gioco d’azzardo. Vivono male con se stessi e cercano qualcuno con cui condividere questo disagio. Ma poi, quando lo trovano, non lo seguono mai verso la fine del tunnel. No. Loro in quel tunnel (un po’ umido, abitato da animaletti ciechi, amanti dei lunghi letarghi) ci stanno bene. E pretenderebbero che anche tu ti fermassi lì. E tu lo fai. Per amore accetti tutto. La desolazione del silenzio, la monotonia di una solitudine coltivata in compagnia.
Gli altri (gli amici, tua madre che osserva il tuo sguardo triste e cerca di capire senza mai avere il coraggio di farti domande dirette) continuano a dirti che sei bella. «Sei un fiore, non lo vedi? Non hai una ruga, non hai occhiaie…» Per forza. Io sono intatta e candida come una statua d’avorio. Senza sussulti. Avevo un nocciolo fatto di calore e di battiti frenetici, dentro di me, fino a qualche anno fa. Poi ha cominciato a seccarsi. A indurirsi. E’ diventato granitico e scaglia fitte contro il mio ombelico.
A volte vorresti essere una di quelle creature semplici che non si pongono mai domande. Mentre tu le domande te le poni, invece. Ti tormentano tutto il giorno. Per questo devi trovare delle distrazioni: il lavoro, le amiche, i libri, Internet. Qualsiasi cosa che metta a tacere quella disperata voce interiore che ti dice: «Non esiste un senso, in tutto questo». Perché, se la tua vita non ha un Senso (alto, cristallino, infrangibile nonostante le brutture di questa esistenza), allora a cosa serve aprire gli occhi ogni mattina. [...] Passano lentamente, gli anni, quando sei impegnata a farti a pezzi. Una vita che trascorre senza lasciare traccia. Alla fine abbandoni ogni istinto di ribellione. Vorresti solo un'esistenza normale, fatta di piccole cose banali. Ti illudi che i piccoli rituali quotidiani possano aiutarti ad anestetizzare cuore, pancia e cervello. Come affastellare gli anni a suon di antidolorifici.

(E poi c'è il prosieguo. Il lieto fine. Quella storia bellissima che - lo prometto - prima o poi vi racconterò...)

giovedì 12 maggio 2016

Vi racconterò una storia - ma non ora...

(Qual è il titolo della storia della tua vita?
C'è un sottotitolo?
Chi è l'autore?
[1])

Ho una bella storia da raccontare. Ma non lo farò adesso, perché anche le parole necessitano di un tempo di gestazione. Devono essere scritte e lette al momento giusto, da quei delicati marchingegni che sono.
E' una storia contro cui in molti hanno puntato e punteranno il dito; sono gli invidiosi, coloro che non sanno più produrre sogni e perciò detestano i sogni e il coraggio altrui.
E' una storia per cui qualcuno si è commosso o ha sentito rinascere in sé la speranza; queste sono le anime più belle, quelle che non smettono mai di essere in movimento, di camminare...
Non è una storia semplice. Non è una storia perfetta. E' una storia ammaccata, trepida come una fiamma. E' fatta dei miei acciacchi, di tutti i singhiozzi repressi finora. Eppure è una grande storia.
Le ferite, adesso, non sono più marcescenze da nascondere - o da rattoppare. Sono bocche attraverso cui fluisce il sangue (d'un bel rosso vivo), che permettono il passaggio dal vecchio al nuovo, dall'inconscio al conscio, dalla calda tenebra alla luce.
Un giorno ve ne dovrò parlare.
Un giorno, quando sarà tempo.

Alchemy (2014) di © Marina Krylova
[1] Da Curarsi con la scrittura, di Fulvio Fiori.

domenica 17 aprile 2016

Amore & foglie di basilico

Per radio questa mattina si domandavano se fosse più facile vivere o scrivere l'amore.
Scriverne è di certo difficile - anche solo per il fatto che non se ne ha il tempo. Ci si affanna, per amare. Si corre, ci si arrovella, ci si guarda allo specchio istante dopo istante per cercare di comprendere le ragioni stesse dell'amore. Non passa minuto in cui non cerchiamo di perfezionarci, per essere all'altezza del nostro stesso sentimento. Un lavoro sfiancante. Una meravigliosa fatica di Sisifo.
Non si ha tempo, in tutto questo marasma, di ricercare parole, di soffermarsi sugli aggettivi, di soppesare i versi di una poesia ancora da scrivere. Quando si vive, non si scrive. Anche perché le parole sono da stanare (nelle pieghe del nostro sentire, tra il turbinio rapido del batticuore che ci tormenta); al contrario l'amore è dappertutto - e ci coglie all'improvviso, come un bambino che voglia fare uno scherzo.

La nuova piantina di basilico sul davanzale della cucina...

E' nel verde delle foglie di basilico, nel vento di aprile, nelle pagine dei libri letti a piccoli morsi nel pause del nostro rincorrere, nei presagi degli oggetti smarriti in casa, senz'altro motivo plausibile che la volontà del nostro destino.
E così scopriamo quanto calda sia la pioggia nelle giornate di primavera, densa di un'unica particolare presenza.
Oltre, oltre alle parole, c'è la Vita. In ogni singola nostra particella pulsante. E' che a volte ce ne dimentichiamo. A volte non facciamo che sopravvivere, esausti, incolleriti, animati solo dal rancore per ciò che avremmo potuto avere - e non siamo riusciti ad afferrare. Eppure ci sono istanti in cui possiamo ridestarci. In cui è lecito essere felici a dispetto di ogni difficoltà. Estasiati perfino di fronte al semplice verde-verde delle foglie di basilico... Per amore, s'intende. Solo per Amore.

giovedì 7 aprile 2016

Di ogni nuovo inizio...

A volte le cose accadono per gioco, per sbaglio - o per un bizzarro disegno del destino.
Succedono quando non eri più disposta a crederci, quando ti sentivi troppo esausta per muovere un solo altro passo. E' allora che la vita viene a scuoterti. Ti afferra per le spalle - magari ti fa pure cozzare i denti. Quel che è certo è che non puoi ignorarla. Devi rialzarti e rimetterti in cammino.
Ma io vorrei riposare. Sono così stanca... E poi non ero PRONTA...
A lei non interessa. Il momento è lì, tra le tue mani. C'è una lezione da imparare. Forse ti aspetta da secoli. In ogni caso, non puoi restare ferma un solo istante di più. Ostinarsi nel dolore (o, peggio, nel rancore) sarebbe mortale.
E dunque, sì, camminiamo.
Questo blog nasce da una nuova fase della mia vita.
Questo blog nasce dalla Danza delle Api.

Weyward

Tre generazioni di donne, le Weyward, che, dal XVII secolo ad oggi, sono unite da un unico misterioso destino. Il romanzo d'esordio dell...