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giovedì 23 novembre 2023

... chissà se riuscirò a proteggerti


© Cameron Le Siege
Alla mia adorata figlia femmina, la vigilia del 25 novembre 2023 - Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Sono tua madre.
Ti ho portata in grembo per sette mesi. Di più non sono riuscita.
Quando hai deciso di nascere, lo hai fatto con la tua testardaggine d'ariete, guizzando fuori come un pesce, gridando a pieni polmoni il tuo arrivo, la tua voglia di essere qui, in questa vita.

Sono tua madre.
Sei nel mio sangue.
Col tuo primo singhiozzo mi hai rimessa al mondo.
Ho scoperto di possedere una calda forza silenziosa, capace di muovere le montagne del mio dolore.
Mi hai guardata con piccoli occhi di salamandra e io non sono più stata la stessa.

Sono tua madre.
Grandi artigli e occhi di fuoco, per difenderti. La musica del vento e il canto antico delle montagne. Il nido dell'acquila, la tana della volpe, il fruscìo del bosco. Ogni giorno cambio ritmo e voce, per adattarmi al mutare della tua danza che cresce. Per te e solo per te.

Sono tua madre.
E lo sarò per sempre, anche oltre la fine di questa esistenza.
Eppure chissà se riuscirò a proteggerti da chi vorrà fiaccare la tua volontà e farti a pezzi per poi ricostruirti - a modo suo.
Chissà se potrò tenere lontani da te i lividi e le ferite peggiori - quelli che ti strappano la vita e la gettano in un crepaccio, sul letto di un fiume o in un'auto in fiamme.

Sono tua madre.
E tu sei la mia adorata figlia femmina.
Eppure chissà se potrò continuare a proteggerti.

Dicono che i figli imparino dal nostro esempio e non dalle nostre parole.
Così sono forte.
Forte - senza possibilità di scelta.
Non mi guardo mai indietro.
Non smetto di camminare.
Ti insegno a non tacere, a non abbassare lo sguardo, a non cercare l'approvazione degli altri - nemmeno la mia.
Ti ripeto che sei degna d'amore per ciò che sei e non per come ti comporterai. Che l'amore non umilia, non pretende, non s'impone.
E non mi faccio umiliare e non ascolto più i giudizi altrui.
Parlo a bassa voce, ma la mia voce non trema.
Cammino adagio, ma il mio passo è fermo.

Chissà se basterà.

Sono tua madre.
Ma non so se saprò proteggerti da quegli uomini (e sono tanti) convinti che le donne si possano possedere, stuprare, inseguire, picchiare, mettere a tacere e annientare - per sempre.

Ed è questo ciò che più mi spaventa, tesoro mio.
Che non temo più per la mia vita, ma per la tua.

Eppure questo non significa che l'abbiano avuta vinta loro.
No.

Sono tua madre.
E lo sarò per sempre.
Qualsiasi cosa ci accada.


♪ Scritta ascoltando: Nouela - The Sound of Silence.
Sempre rivolgendo un pensiero speciale a Silvia, le cui parole restano sempre vive in me.

venerdì 18 febbraio 2022

All'inizio fu il buio e, nel buio, il dolore: riflessioni sul parto e sulla maternità


Oggi, parlando con una cara amica, riflettevo sul materno.
La figura della madre ha un ruolo fondamentale nello sviluppo dell'individuo.
Madri felici crescono bambini felici, per questo è fondamentale ribadire con tutta la nostra forza che cosa sia davvero la maternità: un cammino di consapevolezza.
Siamo maghe e anche un po' sciamane... e non ce lo ricordiamo!


Riflessioni sul parto e sulla maternità
Nonostante gli stereotipi sulla maternità (retaggio di una mentalità cattolica e patriarcale), mettere al mondo una creatura è un'esperienza di dolore deflagrante.
Internet, la televisione e la carta stampata ci inondano di immagini rassicuranti, ci mostrano madri sorridenti che addirittura partoriscono all'interno di un supermercato, come se si trattasse di un semplice incidente di percorso, nulla che un medico presente nella corsia surgelati e qualche confezione di cotone idrofilo non possano sistemare in quattro e quattr'otto. Vogliono convincerci che "venire al mondo" sia qualcosa di estremamente semplice, senza ripercussioni di natura animica o esistenziale. Si bada a pubblicizzare (e acquistare) prodotti all'avanguardia per il benessere fisico della mamma e del nascituro; ci si preoccupa di rispettare con il massimo scrupolo i protocolli ospedalieri; si parla (poco, in verità) di tecniche di respirazione e di allattamento; e, al contempo, si considera con un certo imbarazzo la depressione post partum, liquidandola con poche e rapide parole di circostanza ogni volta che si verifica qualche fatto increscioso - come si farebbe con un parente scomodo e impresentabile.
Non si ha il coraggio di affermare, ad alta voce e senza indugi, che il parto è un'esperienza di dolore priva di eguali e che la madre, proprio attraverso la sofferenza del corpo e della mente, ri-partorisce se stessa insieme al proprio bambino.
Il dolore del travaglio ci pone di fronte ad uno specchio impietoso. Non c'è tempo, non ci possono essere esitazioni. Dal momento in cui le contrazioni hanno inizio, veniamo trascinate lungo un cammino più o meno lungo, nel corso del quale non ci sono soste, non esiste la possibilità di concentrarsi su altro che non sia la realizzazione del "mettere al mondo".  Il bambino che per nove mesi abbiamo cullato e protetto nel nostro grembo, nel calore e nell'oscurità (come fa la terra con i suoi semi o con le creature che sprofondano nel letargo) viene sospinto nella realtà al di fuori dell'utero, indotto ad essere "altro" da noi. E ciò avviene con un dolore e un pathos tali da farci perdere la testa, nel vero senso dell'espressione. Durante il travaglio, cadono maschere e inibizioni: alcune donne piangono, implorano che il tormento finisca in fretta; altre tirano fuori rabbia e aggressività, lanciano insulti e improperi; altre ancora diventano forti come super eroine - e non sempre queste reazioni coincidono con ciò che siamo (o crediamo di essere) quotidianamente. La sofferenza scoperchia botole che credevamo di avere ben chiuso o di cui, in molti casi, neppure sospettavamo l'esistenza. Ci trasporta in una realtà "altra" ed ecco che, in qualche modo, anche noi madri vediamo la luce (una nuova luce) insieme a nostro figlio. L'esperienza dei dolori del parto è misterica, iniziatica e ci guida ad una nuova consapevolezza. E' l'inizio di ogni cosa e per questo possiede una simile forza tellurica. Va rispettata e assecondata - ma non temuta, proprio perché essa ha la capacità di introdurci a una nuova, importante fase della nostra vita.
Non solo: è proprio nella circostanza del parto e del dolore che ne consegue che la donna si ricongiunge e torna ad incarnare il Femminino archetipico e primordiale. Anche la donna contemporanea, che (mi duole scriverlo) è sempre più distante dalla sua reale natura, in quegli istanti sperimenta la potenza della Grande Madre che è insita in ognuna di noi. Proprio per questo si tratta di un'esperienza sconvolgente: di colpo ci troviamo di fronte a uno specchio e questo specchio ci mostra quale forza ancestrale sia annidata in noi. Non a caso, attraverso una sinergia perfetta tra madre e bambino, la pressione della testa del nascituro contro la cervice uterina stimola la produzione di ossitocina, l’ormone che regola il susseguirsi delle contrazioni e che sta alla base della creazione dei legami affettivi, sociali, familiari. Naomi Wolf definisce questo ormone la «superpotenza emotiva femminile », quella che fa sì che una donna si innamori perdutamente del proprio figlio e del proprio compagno, che sia in grado di creare legami forti e solidali e di leggere profondamente e in modo empatico le emozioni altrui. L’ossitocina, insomma, è l’ormone che ci permette di esprimere al meglio quelle potenzialità (slancio verso il prossimo, capacità di accogliere e di com-prendere) atte a creare una socialità sana (simile a quella che doveva esistere nelle antiche società matriarcali e che ancora oggi possiamo riscontrare in quelle sopravvissute) – ed è abbastanza sorprendente che la stimolazione del suo rilascio avvenga in una circostanza di così grande sofferenza come il parto. E’ sorprendente, ma al tempo stesso coerente con quello che è il traguardo finale dell’esperienza della partoriente: non solo riuscire a prendersi cura del proprio bambino nel migliore dei modi, ma, al tempo stesso, creare intorno ad esso e a se stessa una nuova rete relazionale. Il “nido” che accoglie mamma e bambino nel post partum non dovrebbe essere solo un’alcova fisica, ma anche un ambiente emotivamente e sentimentalmente sano. E questo passa in primis attraverso una nuova predisposizione d’animo della madre, attraverso l’acquisizione, da parte della donna, di nuove conoscenze non solo pratiche, ma anche animiche e spirituali e di una nuova consapevolezza. Ho scritto “dovrebbe” e il condizionale è – purtroppo – d’obbligo, poiché spesso, al giorno d’oggi, le cose vanno in maniera ben diversa: la desacralizzazione del momento del parto, l’annichilimento del Femminile in ogni suo aspetto e la perdita di autocoscienza delle donne stesse (che non conoscono più la propria storia e hanno dimenticato le proprie antenate) fanno sì che il rilascio di ossitocina non sia altro che una semplice reazione fisiologica, circoscritta al momento del parto e privata di qualsiasi riferimento simbolico ed esperienziale.
Al contrario, in Natura tutto è simbolo (in greco, questo verbo, symballo, significa “mettere insieme” – e dunque: “collegare”) e anche noi esseri umani, per quanto ormai dediti alla tecnologia e allo scientismo, non possiamo sottrarci a questa verità. Nulla di ciò che in Natura viene prodotto o sollecitato e che risulta ai nostri occhi manifesto possiede un’unica realtà materiale: ogni fenomeno, al contrario, può essere concepito sia dal punto di vista fenomenico sia dal punto di vista filosofico, esoterico, spirituale.
Se proviamo dunque a sollevare il velo e a ragionare utilizzando nuovi parametri (per quanto bizzarri essi possano apparire in una società pragmatica come la nostra), ci accorgeremo che le corrispondences  sacre sono tutto intorno a noi e dentro di noi.
Il cammino di discesa verso l’oscuro (attraverso la sofferenza) e di risalita verso la luce della (ri)nascita che compie la donna al momento del parto è un percorso di consapevolezza ed è lo stesso che compie la Grande Madre nella sua ciclicità.

domenica 11 ottobre 2020

I miracoli della disciplina dolce

La disciplina dolce è un modello educativo credo ancora poco conosciuto in Italia e che spesso viene confuso dai suoi detrattori con un eccesso di lassismo da parte dei genitori nella gestione dei figli.
In realtà la disciplina dolce richiede grandi doti di autocontrollo e una buona capacità di introspezione e di autoanalisi e quindi è tutt'altro che una strada "facile".
Immagine di © Merrilee Liddiard


Secondo questo modello educativo, al bambino non viene permesso tutto; gli vengono comunque trasmessi insegnamenti e regole, ma sempre nel rispetto della sua persona e della sua dignità di individuo. Banditi gli sculaccioni, le urla e gli insulti, si cerca innanzitutto di guidare il piccolo alla scoperta della sua emotività (questa sconosciuta, sia per i bambini sia per molti adulti) e di fargli apprendere il senso del limite. Non si cercherà di renderlo obbediente come un piccolo automa o un soldatino, condizionato dalla paura della reazione di mamma e papà; bensì si cercherà di crescerlo come una persona sempre più responsabile e competente, capace - in futuro - di relazionarsi in maniera rispettosa e amorevole con gli altri proprio perché a sua volta è stata rispettata e amata durante l'infanzia.
La disciplina dolce osteggia non solo qualsiasi forma di violenza fisica (dagli schiaffi, agli strattoni, ai famosi "calci nel sedere che non hanno mai fatto male a nessuno", cit.!), ma anche ogni forma di svalutazione verbale, psicologica, emotiva dell'adulto nei confronti del bambino. La durezza nei giudizi, l'attribuire al bambino la responsabilità di come si sente il genitore ("Mi hai deluso", "Mi hai fatto stare male") non sono altro che forme di prevaricazione che finiranno per minare pericolosamente l'autostima dei più piccoli, facendone, con ogni probabilità, degli adulti insicuri, frustrati e irrisolti. Mi sono avvicinata a questa linea pedagogica da quando è nata Maya perché, fin da subito, ho avvertito l'insopprimibile desiderio di trattarla con delicatezza, esercitando sempre di più la mia pazienza in modo da rispondere ai suoi desideri in maniera empatica, efficace e mai autoritaria.
Spero di addentrarmi sempre di più e sempre con successo lungo questo percorso e di riuscire a godere dei suoi frutti non solo nella mia vita personale, come madre, ma anche in quella lavorativa, come insegnante.

(Nel frattempo, mi sono iscritta al videocorso online della bravissima psicologa Noemi Zenzale, dedicato alla gestione di "Vizi&Capricci". Seguitela su FB, perché la sua pagina è sempre ricca di contenuti stimolanti, capaci di far riflettere non solo sul nostro ruolo di genitori, ma anche su quella che è - o dovrebbe essere - la nostra crescita interiore e la nostra capacità di gestire le emozioni.)

martedì 7 aprile 2020

Madri dai mille volti

Riflessioni sulle diverse (e necessarie) competenze del "materno"

Inutile dire che ultimamente mi sto interrogando molto sul "materno". Rifletto, scribacchio, discuto con le amiche... e sempre di più mi convinco che la capacità delle donne di dare, portare e proteggere la vita sia intimamente connessa con l'ampio spettro del Femminile, con la sua forza.
Per questo la cultura patriarcale, nei secoli, ha cercato di appropriarsi perfino della maternità - vale a dire dell'aspetto più stupefacente, potente e terribile (spiegherò poi il perché di quest'ultimo aggettivo) del femminino.
Per molto, molto tempo sono stati gli uomini a dirci come avremmo dovuto comportarci in quanto madri e noi lo abbiamo accettato.
Secondo il patriarcato, una madre dovrebbe essere votata al sacrificio e all'annientamento di sé, sempre incline a (iper)proteggere i figli, a sostituirsi a loro in ogni affanno e fatica, fino a non esistere più come donna (comodo per chi voleva ridurci alla schiavitù e al silenzio!) e a sopravvivere solo come genitrice.
Il modello è quello della Vergine Maria, una madre asessuata (che triste ossimoro...) dalla bontà infinita, la cui immagine è importante e salvifica solo se associata a quella del Figlio.
In realtà, la natura profonda del materno è ben più complessa e... selvaggia - concedetemi di dire.
Essa è strettamente connessa alla Magna Mater, agli antichi culti femminili che il cristianesimo ha cercato di spazzare via o di rendere inoffensivi. E la Dea Madre ha sì un volto benevolo, dispensatore di vita; ma ha anche un volto oscuro, portatore di morte.
Inanna, Persefone, Izanami, Iside... sono ventri fecondi - e al tempo stesso intrepide esploratici dell'Ombra, capaci di morire e resuscitare pur di acquisire conoscenze e consapevolezza.
Questo è il vero volto del materno. La Dea Madre non possiede un unico volto, ma è trina: si pensi alla triade indiana composta da Lakshmi (creazione), Saraswati (conservazione) e Kali (distruzione), tanto per citare una delle più celebri, sebbene se ne possano incontrare di simili in molte culture, inclusa quella greco-romana.
Una madre, dunque, non è solo colei che dà la vita, ma anche colei che riesce a mantenerla "sana" attraverso il rispetto delle regole naturali e che, all'occorrenza, sa imporre il castigo - inteso non come forma di cieco livore, ma come giusta conseguenza rispetto a un comportamento sbagliato.
Si pensi a Demetra o alla Dea-Sole giapponese Amaterasu, che arrivano a privare l'umanità intera dei frutti benefici di Madre Terra per essere state oltraggiate in quanto donne e in quanto madri.
Non vi è nulla di più terribile della collera del "materno", perché la Madre stessa può e sa essere terribile, avendo conosciuto e imparato a gestire il dolore del parto.
Non si tratta solo di ragionamenti oziosi, di riflessioni utili ad allenare la memoria riguardo alle diverse mitologie. Io credo che la nostra società abbia un bisogno disperato di recuperare il "materno" e il divino in esso insito. Abbiamo bisogno di madri forti, positive, consapevoli, capaci di generare figli forti, positivi, consapevoli. Madri che abbiano chiaro il loro ruolo in ogni sua sfaccettatura e che ne comprendano la portata cosmica, universale.
Non siamo madri solo dei nostri figli, ma anche del loro futuro, del loro essere adulti domani e abbiamo, in questo senso, una grande responsabilità. 

lunedì 14 ottobre 2019

Sorridi, mamma!

Appunti per una maternità senza patemi

Ancora prima che nascesse Maya, sono sempre stata interessata alla maternità e alle sue connessioni col Femminile. Purtroppo, essa è stata per lungo tempo strumentalizzata dal sistema patriarcale, diventando (che blasfemia!) il mezzo principale attraverso cui imprigionare le donne all'interno di uno stereotipo, limitando la libertà personale e tarpando le ali della loro creatività.
Nel corso dei secoli, si diffonde infatti (specie col grande aiuto del cristianesimo) il modello della "madre santa", dimentica di se stessa e appagata esclusivamente dal proprio ruolo. Una creatura che non è più donna. È solo madre e, come tale, non deve desiderare altro. Né le sono concessi cedimenti, perché la maternità dovrebbe essere (il condizionale è d'obbligo in questo caso) il modello dell'amore perfetto, disposto al sacrificio in quanto condizione imprescindibile all'esistenza stessa del sentimento.
Tenendo conto che "la perfezione è terribile, non può avere figli", è normale che qualsiasi donna e madre sia destinata a uscire perdente dal confronto con questo tipo di amore sublimato, angelico. Da qui tutti i sensi di colpa di coloro che si sentono stanche, ma non hanno il coraggio di dirlo; che vorrebbero continuare a coltivare il loro femminile, ma non lo fanno perché "sono madri"; che non riescono a convivere col loro lato d'ombra perché - così ci è stato insegnato - le madri dovrebbero essere sempre dolci, sorridenti, positive.
Solo in tempi abbastanza recenti si è cominciato a dare il giusto spazio alle problematiche femminili riguardanti il materno, a parlare della solitudine delle madri e delle loro difficoltà dopo il parto e dell'importanza fondamentale del ruolo del padre nella gestione del bambino. Col risultato, però, che anche questa volta rischiamo di farci manipolare.
Immagine Devostock.com
(tramite Pinterest)

Va bene, infatti, smettere di presentare la maternità come unica (e doverosa) forma di realizzazione femminile; ma bisogna tener presente che anche costruire una "mitologia" della sofferenza delle madri non rende giustizia alle donne e, ancora una volta, non permette loro di riappropriarsi del bene più prezioso: la forza della consapevolezza.
Negli ultimi anni, complice anche la diffusione capillare dei social network, si è assistito al proliferare di siti web, pagine Facebook e account di Instagram che promuovono lo stesso messaggio: le madri (soprattutto le neomamme) soffrono, piangono e sono sempre sul confine pericoloso della depressione, schiacciate dalla stanchezza cronica e dal senso di responsabilità. Il tutto condito da foto o disegni patetici, raffiguranti madri disfatte, che si tengono la testa tra le mani e che piangono da sole sotto la doccia, accasciate a terra e stillando lacrime e gocce di latte dai seni gonfi.
Si dirà: "Va tutto bene, purché se ne parli" e io sono soddisfatta al pari di molte altre persone che la depressione post partum non sia più un tabù. (A questo proposito va comunque rilevato che la vera depressione post partum è un fenomeno che colpisce una percentuale compresa fra il 7 e il 12% delle nuove madri: non è che, ogni volta che si è un po' afflitte e si ha voglia di piangere, debba trattarsi per forza di depressione clinica!)
Tuttavia mal sopporto questo genere di messaggi, perché mi pare che trasmettano di nuovo l'immagine di una donna sconfitta, annientata e prigioniera di un ruolo. Se PRIMA la donna non poteva neppure menzionare di provare stati d'animo negativi in quanto madre, ORA questi stati d'animo (che naturalmente accompagnano qualsiasi momento di passaggio) vengono sbandierati ai quattro venti e quasi ostentati, senza che però le donne ne traggano un reale beneficio: continuano ad essere sole e oppresse dal fardello della maternità. Ora si lamentano, mentre prima sorridevano forzatamente; ma, insomma, non mi pare che la loro condizione generale sia migliorata granché.
Quello che vorrei vedere elogiata e sottolineata non è la capacità delle donne madri di provare dolore (capacità per altro comune a tutto il genere umano... e non solo!), ma la loro forza intrinseca e la loro competenza.
Per quanto difficile e destabilizzante possa essere l'approccio con la maternità, noi, in verità, possediamo tutti gli strumenti e le capacità per gestire la situazione e venire incontro a tutte le esigenze del nostro neonato. Per tanto, troppo tempo ci hanno voluto fragili, insicure, ospedalizzando tutto ciò che riguarda la nascita. Al contrario, una donna PUÒ affrontare i momenti più ostici della maternità facendo appello alla propria voce interiore, alla fiducia nel proprio bambino (questo è un argomento di cui non si parla quasi mai!), al dialogo che si stabilisce all'interno della diade.
Non è tanto il pianto delle madri a dover essere esaltato, ma la loro capacità di risollevarsi dopo la sofferenza e di gestire i momenti di crisi infondendo positività, gioia e serenità a se stesse e al loro stesso bambino. La forza e la "centratura" sono il Divino che sta all'interno di noi e che dovremmo sforzarci di coltivare e di tramandare.
A tale proposito, voglio cercare, nel mio piccolo e attraverso la mia modesta attività online, di produrre e raccogliere parole e testimonianze che possano aiutare le donne che scelgono di diventare madri a ricordare chi siano veramente...
Siete molto più forti di ciò che ogni giorno vogliono farvi credere, ve lo giuro.

mercoledì 18 settembre 2019

All'improvviso, tu

Le mie riflessioni sulla prematurità

Nessuno ne sa niente. Di quello che ho provato quando mi sono resa conto che Maya sarebbe nata prematura e che avremmo dovuto trascorrere chissà quanto tempo in ospedale, nessuno sa nulla, a parte Paolo, Mara e Cinzia (le mie amiche-sorelle).
Nessuno conosce la sensazione di spaesamento e di impotenza quando ti accorgi che tutto sta accadendo troppo in fretta e non puoi fare nulla per fermare il tempo.
«Si è rotto il sacco amniotico, entro ventiquattro ore deve nascere.»
Come, ventiquattro ore? E poi? Ma ce la farà, a resistere nel mondo esterno? E non sarà terribile, per lei, trascorrere i suoi primi giorni di vita in una super tecnologica scatola di plastica, invece che accanto a sua madre, nell'abbraccio dei familiari? Che cosa proverà la sua piccola anima? Avrà paura? Crederà che l'abbiamo (che l'HO) abbandonata?
E tu, mamma impaurita, che cosa puoi fare per evitare tutto questo? Niente. Entro ventiquattro ore dovrà nascere.
E poi. E poi ci saranno tanti giorni in ospedale. Tu nel nido e io nella camera accanto. Solo una parete ci divide e, poco per volta, il mio orecchio si allena ad ascoltare i suoni della tua vita che procede - nonostante i timori di tutti. Il tuo pianto vivace, il trillo del sondino quando ti stai agitando troppo. Arrivo al punto di precedere l'infermiera, quando ti sento gridare. Lei viene a chiamarmi per avvisarmi che è l'ora della poppata e io sono già pronta, con le ciabatte nei piedi e la vestaglia addosso.
Posso venire a trovarti spesso, ma non ogni volta che vorrei. Non troppo presto la mattina, non troppo tardi la sera e mai quando ci sono le visite mediche. A volte posso solo portarti il mio latte. E' tutto quello che riesco a fare per te.
Altre volte aspetto con ansia che mi chiamino le infermiere, per la poppata delle nove... e loro poi non lo fanno perché "c'era la pediatra, abbiamo fatto che darglielo noi con la siringa".
In tante occasioni avrei voluto piangere - e non l'ho mai fatto. Perché tu eri la più piccola del nido, ma anche la più forte e tenace. Quando ti hanno attaccata al seno per la prima volta, ti sei aggrappata a me con un'ostinazione caparbia che mi ha fatto provare ammirazione. Avevi una manina fasciata, il sondino nel piede... eppure apparivi goduta e felice. E chi sei tu, per piangere e disperarti, mentre tua figlia è così forte? Non vorrai mica cedere. Non adesso. Lei ti ha scelta, sette mesi e mezzo fa, e non puoi deluderla.
Così, mi dicevo. E andavo avanti. Giorno dopo giorno. Chiusa con te all'ospedale. I giorni tutti uguali. Non sapevo neanche che tempo facesse fuori.
«Signora, ma lei può anche uscire, andare a fare una passeggiata.»
Figuriamoci. Già ti vedevo poco. Ci mancava solo che mancassi un appuntamento per colpa di una stupida passeggiata. Non andavo neanche al bar dell'ospedale. Leggevo Dostoevskij e ti aspettavo, piccolina mia. 
Immagine da Pinterest
Nel frattempo, venivano tante persone a trovarmi. Tutti cercavano di rassicurarmi. Ma nessuno sapeva. Del mio senso di colpa, dei miei timori non tanto per la tua salute (che eri robusta, lo vedevo!), ma per il tuo stato d'animo. Alcuni hanno cercato di mostrarmi il bicchiere mezzo pieno, dicendomi che avrei dovuto vivere quei giorni di lontananza da te come un allenamento progressivo. «Altrimenti ti saresti trovata a fare la mamma dall'oggi al domani, ventiquattro ore su ventiquattro, appena dopo il parto!». Come se fosse una fortuna avere una figlia monitorata ventiquattro ore su ventiquattro, sotto flebo, chiusa in una scatola. Una figlia che puoi toccare solo attraverso le apposite aperture, mezz'ora per volta. Una figlia che, per tre giorni, hanno nutrito con una siringa. E come se, una volta uscita dall'incubatrice, anche io non mi fossi trovata di colpo a gestire la mia bimba da sola, ma con l'aggravante dei sondini, con la complicazione di quella fragilità intrinseca che si porta appresso ogni bambino nato prematuro, per quanto sano sia.
Ancora adesso, che ti ho sempre con me e sei florida e rosea, ti vedo sempre più delicata degli altri e lo ripeto a tutti: «Perché, sai, lei è prematura...»
Ciò nonostante, ho dovuto e voluto essere forte, in quel periodo trascorso in ospedale. Mi chiedevano: «Come stai?» e io rispondevo: «Bene» e sorridevo, perché volevo stare bene per te. E, alla fine, è andata che ho iniziato a sentirmi bene sul serio.
E' andata che ho iniziato a riflettere su quanto relativamente facile e rapido fosse stato il mio parto. A quanto tu fossi bella e perfetta già appena nata. Alla felicità di tuo padre nel constatare questa perfezione: «Mamma mia, ma vedi che figlia bella abbiamo fatto?» mi ripeteva ogni volta che veniva a trovarti insieme a me, avvolto nel suo camice verde.
«Ti rendi conto che è nostra?»
«Eh sì.»
«Si vede che ce la siamo proprio meritata.»
Forse sì, non lo so. Di certo, fin dai primi giorni di vita mi hai insegnato molto. Mi hai mostrato che cosa fosse la vera tenacia, l'importanza del pensiero positivo, la bellezza del saper resistere allo sconforto rifugiandosi nei piccoli gesti di ogni giorno. Sarà per questo che non ho mai avuto timore di ritrovarmi sola con te, una volta tornate a casa. Avevo capito che da te potevo solo imparare - e volevo farlo senza interferenze né "interpretazioni" esterne.
Adesso va tutto bene. Siamo felici. Tu sei una bimba sana, sorridi spesso e piangi poco. Sei serena, lo si vede, lo si sente - e questo mi consola. Lo sono anche io, sebbene mi siano rimasti l'ansia di doverti proteggere e qualche tarlo: Ma dici che Maya mi vuole bene? domando alle volte a tuo padre - anche se il quesito esatto sarebbe: Secondo te mi ha perdonata, per non essere stata con lei fin dall'inizio? 
Lui non mi risponde, scuote la testa. Dovrete portare pazienza, tu e papà: non so se e quando si sopiranno mai, i miei sensi di colpa.
Tuttavia, tu sai sempre come rassicurarmi - con il tuo appetito robusto, con le tue prime forti risate e ogni volta che mi cerchi con lo sguardo. E' come se mi dicessi: Non preoccuparti, mamma. Sto bene. Staremo bene insieme. E io mi sento soddisfatta, piena e forte, "centrata" (come mi piace dire) come non lo sono mai stata in vita mia. Lo sono per te e con te, che avevi così tanta voglia di conoscere il mondo.

mercoledì 26 giugno 2019

M come Maternità

Questa volta sono rimasta lontana più del solito dalle pagine di questo mio "diario di viaggio" virtuale per un buon motivo: lo scorso mese di aprile è nata la nostra bimba, Maya.
Non ho mai scritto nulla sulla gravidanza perché non volevo mettere in mostra emozioni, sentimenti (e tanto meno fotografie) relativi a un periodo così delicato. I social e il Web sono, a mio avviso, veicolo di energie e scambi non sempre positivi e non volevo che il nostro percorso fosse contaminato da curiosità, pettegolezzi, da qualsiasi tipo di interazione che non fosse quella (sana, genuina e, soprattutto, reale!) di parenti e amici che ci vogliono bene.
Forse anche per questo, quello mio e di Maya è stato un buon cammino. Siamo sempre state in salute, senza disturbi, fino al momento in cui lei ha deciso di venire al mondo.
Ho cercato in tutti i modi di non farmi contagiare dagli allarmismi di altre mamme né ho voluto crogiolarmi nella lettura di post e articoli catastrofici su quanto potesse essere difficile la maternità e sui rischi della depressione post partum.
Certo, è vero, la vita cambia, quando arrivano questi frugoletti ad alterare il ritmo delle nostre giornate. Non abbiamo più tutto il tempo per noi, dobbiamo svolgere le nostre attività preferite nei ritagli di tempo che ci vengono concessi da poppate, cambi di pannolini e passeggiate all'aria aperta... Alcuni, addirittura, sostengono che la maternità sia essenzialmente sofferenza. Poco dopo la nascita di Maya, mi sono imbattuta in un post su Facebook dove si elencavano tutti i "dolori" generati dalla scelta di essere madri: il parto (ecco, sì, su questo sono d'accordo!), l'allattamento, le notti insonni, l'essere trasandate ecc. ecc.
Tutto questo lo troverete descritto nei dettagli su molti blog e siti, se è questo che cercate.
Io, invece, vorrei puntare sulla gioia di questa condizione. Faticosa, certo. Impegnativa, senza dubbio. Ma immensamente appagante, se affrontata con il giusto spirito e tenendo sempre ben presenti le motivazioni che ci hanno spinte ad avere un figlio. Se lo abbiamo fatto perché era questo ciò che parenti e familiari si aspettavano da noi o (peggio ancora!) per raggiungere un non-si-sa-quale status sociale privilegiato (ad esempio), allora è normale che tutto ci appaia a tratti quasi insopportabile.
Se invece abbiamo inserito questo passo in un percorso di crescita non solo individuale ma - oserei dire - cosmica, ecco che allora sapremo affrontare le prime notti senza sonno, i primi pianti e la nuova gestione delle giornate con il giusto stato d'animo. (Tenendo conto che i bambini percepiscono in maniera viscerale le ansie della madre, particolare su cui troppo spesso sorvoliamo...)
Immagine da Pinterest
Per quello che mi riguarda, ho trascorso le prime settimane a casa con la bimba in una sorta di "isolamento" quasi sacro: non ho richiesto l'aiuto di nessuno (nonni, parenti, amiche... l'unico che realmente desideravo avere accanto a me era il mio compagno) e ho stabilito orari di visita alla piccola abbastanza rigidi, che in nessun modo potessero interferire con la nostra (mia e sua) necessità di riposare durante il giorno. Forse qualcuno è rimasto un po' spiazzato da questo mio atteggiamento. Forse in molti si aspettavano che, una volta tornata a casa con una neonata prematura, avrei desiderato ricevere aiuto da tutte le parti. E invece no. Così come già avevo fatto durante la gravidanza, ho ascoltato la mia voce interiore e ho delimitato uno spazio "magico" intorno a me e alla bimba, all'interno del quale ho utilizzato il tempo per imparare a conoscerla e per trovare il giusto modo di comunicare con lei.
Solo di recente abbiamo cominciato ad aprirci verso l'esterno. Ora siamo pronte e lo facciamo entrambe con grande soddisfazione, perché Maya è una bambina positiva, solare, che ama stare in mezzo alla gente, fuori casa e in mezzo al verde. Io mi fido di lei e lei si fida di me, perché abbiamo imparato a interagire senza interferenze esterne, senza voci superflue che si sovrappongano alle nostre.
Essere madre, per me, è un dono che è stato fatto dalle stelle tanto a me quanto alla piccola. Io sono custode consapevole di questo dono e delle nostre vite e cerco di comportarmi (nonostante le difficoltà e gli errori sempre in agguato!) in modo tale da avere sempre presente l'opportunità meravigliosa che mi è stata concessa.
Del resto, i figli ci costringono a metterci di fronte allo specchio. Ci obbligano ad affrontare le nostre più recondite paure e a tirare fuori tutte le nostre risorse più preziose. E, per quanto possa essere difficile tenere a bada ansie e sensi di colpa, almeno tentare di farlo sarà, ai loro occhi, durante la crescita, un esempio importante. Dobbiamo sempre sforzarci di insegnare ai nostri piccoli a trattenere la luce, a trovare frammenti positivi nel corso dell'esistenza, non ad alimentare paure e ad estendere l'oscurità all'interno del nostro animo.

Weyward

Tre generazioni di donne, le Weyward, che, dal XVII secolo ad oggi, sono unite da un unico misterioso destino. Il romanzo d'esordio dell...