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mercoledì 26 giugno 2019

M come Maternità

Questa volta sono rimasta lontana più del solito dalle pagine di questo mio "diario di viaggio" virtuale per un buon motivo: lo scorso mese di aprile è nata la nostra bimba, Maya.
Non ho mai scritto nulla sulla gravidanza perché non volevo mettere in mostra emozioni, sentimenti (e tanto meno fotografie) relativi a un periodo così delicato. I social e il Web sono, a mio avviso, veicolo di energie e scambi non sempre positivi e non volevo che il nostro percorso fosse contaminato da curiosità, pettegolezzi, da qualsiasi tipo di interazione che non fosse quella (sana, genuina e, soprattutto, reale!) di parenti e amici che ci vogliono bene.
Forse anche per questo, quello mio e di Maya è stato un buon cammino. Siamo sempre state in salute, senza disturbi, fino al momento in cui lei ha deciso di venire al mondo.
Ho cercato in tutti i modi di non farmi contagiare dagli allarmismi di altre mamme né ho voluto crogiolarmi nella lettura di post e articoli catastrofici su quanto potesse essere difficile la maternità e sui rischi della depressione post partum.
Certo, è vero, la vita cambia, quando arrivano questi frugoletti ad alterare il ritmo delle nostre giornate. Non abbiamo più tutto il tempo per noi, dobbiamo svolgere le nostre attività preferite nei ritagli di tempo che ci vengono concessi da poppate, cambi di pannolini e passeggiate all'aria aperta... Alcuni, addirittura, sostengono che la maternità sia essenzialmente sofferenza. Poco dopo la nascita di Maya, mi sono imbattuta in un post su Facebook dove si elencavano tutti i "dolori" generati dalla scelta di essere madri: il parto (ecco, sì, su questo sono d'accordo!), l'allattamento, le notti insonni, l'essere trasandate ecc. ecc.
Tutto questo lo troverete descritto nei dettagli su molti blog e siti, se è questo che cercate.
Io, invece, vorrei puntare sulla gioia di questa condizione. Faticosa, certo. Impegnativa, senza dubbio. Ma immensamente appagante, se affrontata con il giusto spirito e tenendo sempre ben presenti le motivazioni che ci hanno spinte ad avere un figlio. Se lo abbiamo fatto perché era questo ciò che parenti e familiari si aspettavano da noi o (peggio ancora!) per raggiungere un non-si-sa-quale status sociale privilegiato (ad esempio), allora è normale che tutto ci appaia a tratti quasi insopportabile.
Se invece abbiamo inserito questo passo in un percorso di crescita non solo individuale ma - oserei dire - cosmica, ecco che allora sapremo affrontare le prime notti senza sonno, i primi pianti e la nuova gestione delle giornate con il giusto stato d'animo. (Tenendo conto che i bambini percepiscono in maniera viscerale le ansie della madre, particolare su cui troppo spesso sorvoliamo...)
Immagine da Pinterest
Per quello che mi riguarda, ho trascorso le prime settimane a casa con la bimba in una sorta di "isolamento" quasi sacro: non ho richiesto l'aiuto di nessuno (nonni, parenti, amiche... l'unico che realmente desideravo avere accanto a me era il mio compagno) e ho stabilito orari di visita alla piccola abbastanza rigidi, che in nessun modo potessero interferire con la nostra (mia e sua) necessità di riposare durante il giorno. Forse qualcuno è rimasto un po' spiazzato da questo mio atteggiamento. Forse in molti si aspettavano che, una volta tornata a casa con una neonata prematura, avrei desiderato ricevere aiuto da tutte le parti. E invece no. Così come già avevo fatto durante la gravidanza, ho ascoltato la mia voce interiore e ho delimitato uno spazio "magico" intorno a me e alla bimba, all'interno del quale ho utilizzato il tempo per imparare a conoscerla e per trovare il giusto modo di comunicare con lei.
Solo di recente abbiamo cominciato ad aprirci verso l'esterno. Ora siamo pronte e lo facciamo entrambe con grande soddisfazione, perché Maya è una bambina positiva, solare, che ama stare in mezzo alla gente, fuori casa e in mezzo al verde. Io mi fido di lei e lei si fida di me, perché abbiamo imparato a interagire senza interferenze esterne, senza voci superflue che si sovrappongano alle nostre.
Essere madre, per me, è un dono che è stato fatto dalle stelle tanto a me quanto alla piccola. Io sono custode consapevole di questo dono e delle nostre vite e cerco di comportarmi (nonostante le difficoltà e gli errori sempre in agguato!) in modo tale da avere sempre presente l'opportunità meravigliosa che mi è stata concessa.
Del resto, i figli ci costringono a metterci di fronte allo specchio. Ci obbligano ad affrontare le nostre più recondite paure e a tirare fuori tutte le nostre risorse più preziose. E, per quanto possa essere difficile tenere a bada ansie e sensi di colpa, almeno tentare di farlo sarà, ai loro occhi, durante la crescita, un esempio importante. Dobbiamo sempre sforzarci di insegnare ai nostri piccoli a trattenere la luce, a trovare frammenti positivi nel corso dell'esistenza, non ad alimentare paure e ad estendere l'oscurità all'interno del nostro animo.

sabato 26 maggio 2018

L come Libertà - Parte seconda

Parte prima

Dal dizionario etimologico
LIBERTA': dal latino libertas, -atis, l'essere libero, lo stato di chi è libero


La volta scorsa avevo concluso con un interrogativo abbastanza inquietante: «Come si può rendere libero ciò che è già morto?», in riferimento al progressivo allontanamento delle giovani generazioni dai libri e dalla lettura.
La mia era una domanda volutamente provocatoria, formulata in funzione del dibattito che alcuni colleghi dell'ITCG "Piero Calamandrei" di Crescentino (VC) e io abbiamo voluto proporre ai nostri alunni, nell'ambito dell'iniziativa nazionale Il maggio dei libri.
Seduti in cerchio in aula LIM, abbiamo chiesto ai nostri ragazzi di riflettere sul tema della lettura e della lettura come strumento di libertà. Abbiamo chiesto loro di rispondere ad alcune semplici domande (Cos'è per te la lettura? Che cos'è per te la libertà? Secondo te, la lettura è libertà?), ottenendo poi sulla lavagna multimediale una wordcloud delle loro risposte:

Le wordcloud realizzate dagli alunni
del "Calamandrei"durante il dibattito
Durante la discussione che è avvenuta dopo la compilazione del piccolo questionario, è emersa in modo particolare la preoccupazione dei giovani riguardo alle nuove modalità di comunicazione: è vero che gli adolescenti di oggi sono i principali fruitori della tecnologia e delle nuove forme di "socialità" (!) ad essa connesse; ma, in verità (e questo l'ho già riscontrato anche negli anni scolastici precedenti, attraverso la lettura dei temi o durante alcuni momenti di conversazione in classe), essi subiscono questo stato di cose, anziché esserne attori consapevoli. Trascorrono le loro giornate con uno smartphone in mano perché "così fan tutti" (i loro genitori in primis), ma, se stimolati alla riflessione, si dicono preoccupati: «Non è bello parlare così, sembre tramite chat o Whatsapp. Non si ha più voglia di incontrarsi, di fare delle cose insieme...»
E la lettura? Perché si legge così poco, ormai?
«Perché è più comodo. E' più facile guardare un video su YouTube. Tutto è già pronto. Immaginato da altri. Ma questo è anche molto triste.»
«E' un po' quello che succede anche con i film. Ma almeno, per guardare un film, a casa o al cinema, devi prenderti del tempo. Magari ci vai pure con gli amici. Su Internet, invece, è "tutto e subito" e non fai più nessuno sforzo. Però sei anche sempre solo.»
Molto tristi, queste osservazioni. Ma è comunque già importante che siano state fatte - ad alta voce e di fronte a un piccolo gruppo di coetanei e ad alcuni insegnanti. Significa, ai miei occhi, che non tutto è morto (per tornare alla conclusione del post precedente), che c'è ancora spazio per la consapevolezza.
La locandina dell'iniziativa
(realizzata dal prof. A. Averono)
In realtà io credo che, finché siamo vivi con questo corpo in questo mondo, vi sia sempre la possibilità di rinascere ad una nuova vita (animica, spirituale, intellettuale): sempre, infatti, noi esseri umani possiamo fermarci, interrompere la ripetizione della nostra routine (più o meno virtuosa) e porci domande atte a fornirci le risposte necessarie a migliorare la nostra vita. Chi siamo? Che cosa stiamo facendo e perché? In che modo potremmo realizzare nel nostro piccolo mondo personale quel cambiamento che desideriamo avvenga ad un livello più alto?
A dire il vero, bambini e adolescenti sono più bravi in questo rispetto agli adulti, perché più malleabili e più disposti al cambiamento. Non sono ancora prigionieri come noi di schemi mentali, abitudini e convinzioni pseudo-moraleggianti e sono perciò più bravi e più rapidi nello sperimentare cose nuove.
Nell'ambito dell'iniziativa che abbiamo realizzato durante quest'ultimo anno scolastico coi ragazzi, lo dimostra il fatto che un nutrito numero di studenti (a volte svogliati e spesso poco inclini a leggere!) abbia deciso di partecipare spontaneamente all'iniziativa Il maggio dei libri - La lettura come libertà, un vero e proprio percorso che ha avuto inizio nel mese di aprile e che ha avuto la sua conclusione in una lettura ad alta voce, nelle piazze e nelle strade di Crescentino, di brani letterari scelti dagli alunni e proposti dagli insegnanti. Tratti dalle opere di Ken Kesey, Charles Bukowski, Stephen King, Gustave Flaubert, Lev Tolstoj, Henry David Thoreau, Ursula K. Le Guin, Ray Bradbury e molti altri. I brani sono stati presentati come dono rivolto ai passanti e al pubblico e come occasione per riflettere sulla forza evocativa ed eversiva della letteratura ed è stato molto bello (per non dire consolatorio) vedere così tanti ragazzi partecipare di propria iniziativa e ciascuno a suo modo: c'era chi leggeva, chi ha preferito cantare, chi ballare, chi giocolare; chi, infine, ha curato l'allestimento del banchetto itinerante di bookcrossing.
Questo dimostra che non bisogna mai perdere la speranza di veder nascere una piantina dal seme che abbiamo interrato poiché - alchemicamente parlando - la vita nasce SEMPRE dopo aver attraversato una "mortale" (ma transitoria) fase di caos. Così, i nostri adolescenti svogliati e apparentemente cellulare-dipendenti potranno stupirci, realizzando una giornata tutta dedicata ai libri e ricca di entusiasmo e di meravigliose vibrazioni.


I ragazzi e i docenti (piccola piccola... ci sono anch'io!) che hanno partecipato
all'edizione Il maggio dei libri 2018 - La lettura come liberà

sabato 17 marzo 2018

L come Libertà

Dal dizionario etimologico
LIBERTA': dal latino libertas, -atis, l'essere libero, lo stato di chi è libero


Libertà. Essere liberi. Vivere liberi. Saper donare ad altri la libertà.
In latino, il termine libertas ha evidenti analogie col termine liber, "figlio", come ad indicare l'intima connessione tra l'atto di generare la vita e la capacità di permettere a questa vita di costruirsi e svilupparsi in piena autonomia. Poiché questo dovrebbero essere i figli: non un'appendice di genitori scornati, ma un ponte luminoso e indeterminato verso il futuro. Ti dono la vita, che è il regalo più grande; e poi tu sarai libero di farne ciò che desideri.
Non solo. Liber, in latino, significava anche "libro". In particolare, la parte più interna della corteccia degli alberi che, nell'antichità, veniva usata come supporto per la scrittura.
In fin dei conti, se ci pensiamo bene, un libro (un romanzo), per chi lo scrive, è un po' come figlio. Si crea un mondo (l'ambientazione), si crea la vita (i personaggi). Un romanziere è simile a Dio e ama tutti i suoi figli. Mi colpirono molto, tre anni fa, le parole della scrittrice Elisa Casseri che, venuta a incontrare gli studenti dell'istituto "Piero Calamandrei" di Crescentino (VC), raccontò di come tutte le sue amiche e parenti stessero, in quegli anni, mettendo su casa e avendo dei bambini. Lei andò da sua madre e le disse: «Io non ho fatto un figlio. Io ho scritto un libro», riferendosi al suo Teoria idraulica delle famiglie.
La protagonista di Storia di una ladra di libri in una scena
dell'omonimo film, mentre sottrae il suo primo libroal rogo nazista.

Una volta scritti, poi, i libri vengono lasciati liberi di andare nel mondo, testimoni essi stessi di libertà. Non a caso le epoche più oscurantiste e i regimi più crudeli e retrivi hanno sempre amato molto i roghi di libri. Controllare le persone attraverso le parole (o la loro negazione), annichilirle attraverso la distruzione della fertilità (e, dunque, della libertà del pensiero). E' quanto accade nel romanzo Fahrenheit 451 di Ray Bradbury o nel più recente Storia di una ladra di libri, di Markus Zusak.
Si intuisce così quanto complesse e numerose siano le implicazioni e le manifestazioni della parola "libertà", il cui utilizzo appare abusato e scontato.
Oggi, infatti, spesso confondiamo il termine "libertà" con un vago lassismo: dei costumi, delle opinioni, del pensiero. Tutto è ammissibile, tutto è giustificabile, perché, dopotutto, "siamo liberi" (!).
Foto collage di © Kevin Dowd
Non vi è nulla di più sbagliato, dal momento che la libertà ha bisogno - più di ogni altra apirazione e tendenza dell'animo umano - di regole precise. La prima (banale, ma tanto sovente dimenticata) è che la nostra libertà finisce dove inizia quella altrui. La libertà è una forma d'amore e, come tale, prevede il riconoscimento dell'Altro. In caso contrario, non si tratta di libertà, ma di un caos indistinto dove si fatica a distinguere il bene dal male, il giusto dall'ingiusto.
La libertà è, come abbiamo detto all'inizio di questa riflessione, il primo e più importante dono che possiamo fare ai nostri figli (liberi). Insieme ad essa (poiché connaturate ad essa) dovremmo saper dare loro delle regole. E' significativo che, in un'epoca in cui tanto fatichiamo a definire e ad afferrare i contorni del concetto di "libertà", al tempo stesso non riusciamo più a dare regole e strumenti ai nostri figli, a renderli autonomi (e dunque "altro" - quell'altro a cui dovrebbe essere sempre riconosciuto e concesso il valore della libertà) da noi.
E così come sono sempre più inefficaci i genitori, allo stesso tempo viene svilita presso le nuove generazioni l'importanza della lettura. Non vi è libertà alcuna nella rinuncia a quello strumento che, primo fra tutti, dovrebbe educarci a donare e a pretendere la libertà.
Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive. (Fahrenheit 451)
Così, ogni volta che sento uno dei miei alunni dire: «C'è da leggere? Ah, allora no, non mi interessa!» mi spavento e mi intristisco: mi fanno paura, quelle facce di luna piena, così levigate e senza vita.
La libertà - credo - è connessa alla Vita, alla fertilità che ripete e riproduce la vita su questa terra. Ma come si può rendere libero ciò che è già morto?

[Continua...]

venerdì 8 settembre 2017

N come naturalezza

Dal dizionario italiano
NATURALEZZA: l'essere conforme alla natura e al vero


In questi giorni riflettevo sul fatto di non aver gestito al meglio questo mio spazio virtuale. Non che sia fondamentale; ma di certo il mio atteggiamento verso questo piccolo blog è stato lo stesso che ho avuto nei confronti dell'agito di numerose persone e di tante situazioni negli ultimi due anni. Mi sono camuffata, celata, trincerata anche laddove non era il caso di farlo.
Poiché se la "naturalezza" equivale all'essere conforme alla natura e al vero, allora non vi è nulla a questo mondo (nemmeno il mio atteggiamento schivo) che possa cambiare lo stato delle cose - la realtà del mio Amore, delle mie scelte, della mia attuale esistenza. E dunque tanto vale viversele, queste emozioni meravigliose, che nascono nell'anima e fanno crescere cuore e cervello all'unisono.
Senza ostentazione, certo.
Ma senza più sciocchi travestimenti inutili.
Attraverso la naturalezza, raggiungiamo e alimentiamo il Vero. (E poi il perdono?)
«Se nutriamo il nostro demone con rabbia e frustrazione, continuerà a darci fastidio, se lo nutriamo con amore e compassione evolverà. Amando il demone, si dissolve. La tensione è nel dualismo e mandare via i demoni caisa maggiori sofferenze... Con il tempo, con amore e compassione i demoni evolveranno e saranno liberati» (Tsultrim Allione).

lunedì 14 novembre 2016

Dell'importanza di inventare storie

Raccontare storie è un'attività antica quanto l'uomo. Prima ancora della scrittura, prima ancora delle forme letterarie, esistono le parole e le storie.
Oggi viviamo in una società e in un'epoca in cui il valore della parola letteraria è sminuito, quando non addirittura additato come inutile, superfluo. Un'attività per oziosi e per sognatori. E, si sa, nessuno ha più bisogno di sognatori: dobbiamo essere dei tecnici,  dobbiamo essere a tutti i costi pragmatici e realistici, calati nell'attualità ed espertissimi delle ultime tecnologie - diventate ormai il fine della nostra esistenza, anziché semplici strumenti attraverso cui comunicare. Vogliono toglierci la facoltà precipua dell'essere umano, per renderci sempre meno umani e, dunque, sempre più manovrabili. Vogliono toglierci l'immaginazione.
«Professor Vivaldi, non faccia della poesia!» esclamava esasperato il preside di scuola superiore rivolto all'appassionato insegnante di lettere interpretato da Silvio Orlando, nel film La scuola, di Daniele Luchetti. Quasi come se fosse un'oltraggiosa perdita di tempo, "fare poesia".
Invece nasce tutto da lì: la nostra ψυχή, i nostri sentimenti, la nostra umanità (perdonate se mi ripeto) nascono proprio dalla nostra capacità po(i)etica e immaginativa.
Senza la fantasia non avremmo mai immaginato e creato storie. Prometeo non avrebbe mai rubato il fuoco a Zeus; la guerra di Troia avrebbe avuto come unica (banale) motivazione la rivalità commerciale tra le più importanti città del Mediterraneo; Catherine e Heathcliff non si sarebbero mai innamorati; e nessuna balena bianca avrebbe mai solcato i mari, tormentando l'anima e i pensieri di un vecchio capitano zoppo.
Senza la fantasia saremmo solo macchine a cui è stato concesso il dono della vita, automi dotati della facoltà di riprodursi. Niente di più.

Cappuccetto Rosso
illustrato da
© Cory Godbey
Ai miei alunni pongo sempre la stessa domanda: «Perché l'uomo inventa storie?». Il più delle volte mi guardano dubbiosi: quali storie? Nessuno ha bisogno di inventare storie! Google ci racconta già tutto quello che abbiamo bisogno di sapere! Invece, a ben vedere, siamo ancora circondati da miti e fiabe di ogni genere. Nonostante i tentativi di renderci sterili, nonostante la tecnocrazia dilagante, le storie sono pur sempre tutto intorno a noi: nei libri che possiamo acquistare al supermercato, nelle leggende metropolitane che si diffondono tramite i social network, nelle fandonie che inventiamo per spiegare (a tutti i costi!) ciò che non sappiamo... noi usiamo quello che resta della nostra facoltà immaginativa.
E' per questo che possiamo sperare ancora in un risveglio delle coscienze. Chi scrive storie (anche imperfette, acciaccate, sgrammaticate) è un partigiano della fantasia - e le storie stesse sono armi di resistenza, proiettili che colpiscono il cuore della moderna indifferenza, dell'individualismo esasperato che ci vuole sempre "interconnessi", ma disperatamente soli.

In questo senso, credo che la scuola (ogni genere e grado di scuola!) non dovrebbe limitarsi allo studio della letteratura e dei generi letterari, ma con ogni mezzo dovrebbere cercare di trasmettere la passione per la lettura e per la scrittura creativa - quest'ultima purtroppo del tutto ignorata dai programmi ministeriali.

Non è la prima volta che rifletto su questi argomenti; ma oggi mi ci sono soffermata in modo particolare, dopo aver tenuto la mia prima lezione di italiano ad una classe di studenti provenienti dal carcere. Senza pensarci troppo, ho posto loro la stessa domanda che ad ogni inizio di anno scolastico rivolgo (come ho già scritto) ai miei studenti quindicenni: «Perché l'uomo inventa storie?». Questa volta non ho incontrato sguardi dubbiosi, ma occhi che, al contrario, finalmente si illuminavano: «Per imparare! Raccontiamo storie per imparare e per trasmettere ciò che abbiamo imparato!». E' così: nessun progresso umano (neppure quello scientifico e tecnologico, che tanto idolatriamo) sarebbe mai stato possibile, se non avessimo dapprima immaginato un futuro migliore per noi stessi e per le generazioni future...

sabato 12 novembre 2016

P come Perdono

Dal dizionario etimologico
PERDONARE: dal latino per-donare, "donare, rilasciare", "assolvere dalla pena"


Sempre più spesso noto come, sui social, vada di moda inneggiare ai propri difetti e al proprio brutto carattere.
Sono cinica e me ne vanto. Ho un caratteraccio... fatevene una ragione! E così via. Lungi da me voler fare l'elogio della perfezione (che è mortale) o dell'eccessiva stigmatizzazione delle qualità peggiori di ciascuno di noi: siamo esseri umani e, come tali, abbiamo lati d'ombra e lati di luce. E' un dato di fatto.
Tuttavia credo che compiacersi eccessivamente di ciò che genera solitudine, rabbia, malumore significhi sminuire l'importanza di questa vita: siamo qui per imparare, per crescere attraverso il nostro cammino, per mutare, non per restare immobili in una cristallizzazione sclerotica delle nostre caratteristiche peggiori.
Tra l'altro, ho il sospetto che l'ostentazione del negativo celi in realtà una profonda mancanza di accettazione di sé: sbattiamo in faccia agli altri i nostri difetti nella speranza di trasformarli in un punto di forza e, dunque, renderli più accettabili per noi stessi. Ma questa non è mai una buona soluzione. Al contrario, dovremmo accettare i nostri fallimenti, le nostre cadute... Accettare la nostra imperfezione non per restarvi prigionieri, ma per giungere a perdonarci - e, forti di questo perdono, trovare nuovo vigore per il cammino che dobbiamo (dovremmo?) affrontare.

Sono argomenti su cui sto riflettendo molto in questo periodo. Lo faccio tra una lettura e l'altra: sto recuperando molti autori e titoli interessanti e ne sono felicissima.
A proposito di accettazione, consapevolezza e perdono (di cui ho parlato in questo post), rimando alla mia recensione, su Phaneron, dell'interessante saggio di Gérard Athias sulla malattia (La biologia e il senso della malattia). La trovate qui.

A presto! :)

domenica 23 ottobre 2016

P come Paura

Dal dizionario etimologico
PAURA: dal latino pavorem, da paveo: "io temo" e "sono percosso, abbattuto"


«La paura di fatto è una richiesta d'aiuto e quindi una richiesta d'Amore» scrive G. Jampolsky nel suo Amare è lasciare andare la paura.
E', infatti, proprio quando siamo "percossi, abbattuti", funestati dai colpi della vita, che - più che in ogni altro momento - abbiamo bisogno di ricevere atti d'amore.
E, se l'amore è scambio reciproco (attenzione, ho scritto "scambio": non un becero accaparrarsi della tenerezza altrui, senza mai dare nulla in cambio), ecco che allora esternare la propria paura diventa importante e fondamentale proprio nella costruzione dell'Amore stesso.
Purtroppo, viviamo in una società che ci insegna ad essere (o, meglio, ad apparire) invicibili. Mass media, modelli genitoriali deleteri, pseudo-amici, ambienti lavorativi estremamente competitivi ci educano a non mostrare mai le nostre debolezze, ad alimentare la rabbia a scapito del perdono, la rivalsa sugli altri a dispetto dell'amore verso di sé.
Al contrario, imparare a raccontare e a vivere le nostre paure è un atto d'amore primigenio, di onestà intellettuale assoluta, sia nei confronti degli altri sia nei confronti di noi stessi.

Foto di © Michael Rougier
Ammettiamo di nutrire timori, irrisolti, di vedere fantasmi del passato albergare verso di noi. Comunichiamolo a chi ci sta intorno, invece di indossare scomode e soffocanti armature, per apparire quegli eroi invincibili che in verità non siamo.
Venire a patti con la paura è un atto d'amore in primis verso noi stessi e (non poi così secondariamente) verso chi ci circonda.
Quante volte, durante una lite o uno scontro con una persona - anche amata - abbiamo preferito trincerarci dietro battute pungenti o crudeli, dietro a ostentazioni di sicurezza ("Non mi mancherai affatto", "Te la farò pagare", "Non ti perdonerò mai") quando, nel nostro intimo, eravamo semplicemente terrorizzati? Perché schiaffeggiare qualcuno con parole come: "Non ho alcun bisogno di te?" quando, a volte, ciò che più ci paralizza è la mancanza dell'altro?
E' proprio questa la folgorazione di oggi: negare le proprie paure è stupido. Controproducente. Un suicidio emotivo.
Per quello che mi riguarda, voglio imparare non solo a conviverci, ma renderle punti di forza. Impastandole come se fossero creta, giorno dopo giorno, trasformarle in quei "mattoni gialli" che mi porteranno sempre più vicina a coloro che amo.

"Amami, non vedi che ho paura?"

venerdì 13 maggio 2016

Sii dolce con me. Sii gentile.

Sii dolce con me. Sii gentile.
E’ breve il tempo che resta. Poi
saremo scie luminosissime.
E quanta nostalgia avremo
dell’umano. Come ora ne
abbiamo dell’infinità.
Ma non avremo le mani. Non potremo
fare carezze con le mani.
E nemmeno guance da sfiorare
leggere.
Una nostalgia d’imperfetto
ci gonfierà i fotoni lucenti.
Sii dolce con me.
Maneggiami con cura.
Abbi la cautela dei cristalli
con me e anche con te.
Quello che siamo
è prezioso più dell’opera blindata nei sotterranei
e affettivo e fragile. La vita ha bisogno
di un corpo per essere e tu sii dolce
con ogni corpo. Tocca leggermente
leggermente poggia il tuo piede
e abbi cura
di ogni meccanismo di volo
di ogni guizzo e volteggio
e maturazione e radice
e scorrere d’acqua e scatto
e becchettio e schiudersi o
svanire di foglie
fino al fenomeno
della fioritura,
fino al pezzo di carne sulla tavola
che è corpo mangiabile
per il mio ardore d’essere qui.
Ringraziamo. Ogni tanto.
Sia placido questo nostro esserci -
questo essere corpi scelti
per l’incastro dei compagni
d’amore. nei libri.

Mariangela Gualtieri

Weyward

Tre generazioni di donne, le Weyward, che, dal XVII secolo ad oggi, sono unite da un unico misterioso destino. Il romanzo d'esordio dell...