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sabato 20 gennaio 2018

Napoli velata

(Attenzione: il seguente post può contenere spoiler!)

Napoli velata
di F. Ozpetek è un film sul senso superiore della vita. Un vero e proprio percorso alchemico che passa attraverso la morte (violenta, che conduce inevitabilmente alla devastazione del corpo) per sfociare infine nella rinascita sentimentale e spirituale della protagonista. Il tutto ambientato in una Napoli misteriosa ed esoterica, decadente e barocca al tempo stesso.
La vicenda si apre con una scena suggestiva, quella della "figliata dei femminielli", rappresentata in un elegante appartamento partenopeo, di proprietà della ricca e tormentata Adele. Qui la protagonista, Adriana (nipote di Adele), incontra un giovane e affascinante uomo, Andrea Galderisi, con il quale trascorrerà un'infuocata notte d'amore. Al risveglio, Andrea le propone di rivedersi e tutto lascia presupporre che quella singola avventura possa trasformarsi in una vera e propria relazione.
Alle sei del pomeriggio, Adriana si reca al luogo dell'appuntamento, ma Andrea non si presenta. La donna rimane delusa, controlla più volte il cellulare, senza tuttavia ricevere notizie da parte del ragazzo. Il giorno dopo, sul posto di lavoro (Adriana è un medico legale), fa una triste e raccapricciante scoperta: il cadavere che lei e i suoi colleghi si stanno accingendo ad esaminare è proprio quello, orrendamente sfigurato nel volto (gli sono stati strappati gli occhi), di Andrea Galderisi.
A partire da questo momento, la vita di Adriana inizierà a spronfondare sempre di più in un vortice in cui realtà e illusione si confondono, alla ricerca spasmodica di una Verità superiore, che non riguarda soltanto le modalità dell'assassinio di Andrea, ma anche l'intera esistenza della protagonista e i misteri stessi della Vita, della Morte e dell'Amore, autentica forza ancestrale che ci fa dibattere fra i princìpi eterni di Eros e Thanatos.
La storia raccontata da Ozpetek è perciò, come già accennato all'inizio di questa recensione, una riflessione alchemica sul senso dell'esistenza. La stessa scena iniziale del "parto dei femminielli" è altamente simbolica ed esoterica e costituisce, da sola, la cifra interpretativa di tutto il film: i femminielli, infatti, non sono da identificare tanto con gli omosessuali; essi rappresentano piuttosto l'ermafrodito, archetipo pre-cristiano che racchiude in sé entrambi i sessi e, dunque, tutte le potenzialità creatrici e poietiche della Natura. Non a caso il mito dell'ermafrodito è strettamente legato al culto della magna mater Cibele, i cui seguaci spesso si autoeviravano per seguire l'esempio di Attis.
Il "parto dei femminielli" nella sequenza iniziale del film.
Ecco, dunque, la vita che erompe sullo schermo e nel film di Ozpetek, attraverso la rappresentazione teatrale (il teatro nel cinema, in un suggestivo gioco ad incastro...). Ma la vita è intesa qui non solo come nascita fisica, concreta e biologica dell'individuo, bensì come ricerca estenuante, come percorso iniziatico il cui fine ultimo è lo Svelamento. Il "parto dei femminielli" segna infatti l'inizio della nigredo (in quell'istante ancora inconsapevole) di Adriana e la morte violenta (causata, come si vedrà nel finale, dalla menzogna) di Andrea la costringerà a guardarsi allo specchio, a svelare e a svelarsi.
Napoli velata è un film complesso, ma al tempo stesso accattivante: il ritmo cattura l'attenzione dello spettatore dall'inizio alla fine e i simboli sparsi qua e là nel corso della vicenda (gli occhi; le maschere; i ruoli "doppi" sostenuti dai due attori principali, Giovanna Mezzogiorno e Alessandro Borghi, che interpretano rispettivamente sia Adriana sia la madre di quest'ultima, Isabella, e sia Andrea sia Luca, il "gemello" dell'uomo assassinato; la capacità di "vedere" della veggente Donna Assunta; e, infine, non da ultimo, l'utero velato dell'Ospedale degli Incurabili) ci aiutano a decifrare il senso "altro" del racconto e a seguire la protagonista attraverso un autentico percorso di ri-generazione e di presa di coscienza.

giovedì 7 dicembre 2017

Assassinio sull'Orient Express

(Attenzione: il seguente post può contenere spoiler!)

Sono un'accanita lettrice dei gialli di Agatha Christie fin dall'adolescenza, Assassinio sull'Orient Express è uno dei miei romanzi preferiti, lo rileggo periodicamente, conosco a menadito particolari e battute e, per me, l'unico Poirot possibile è quello interpretato da David Suchet.
Con queste premesse, ammetto di non essere stata ben disposta nei confronti di questo remake firmato da Kenneth Branagh (che in passato non sempre mi è piaciuto e che ho trovato un po' lezioso in alcune interpretazioni), nonostante il cast stellare: da Judi Dench a Michelle Pfeiffer, passando per Johnny Depp.
Tuttavia non potevo esimermi. Ero curiosa di vedere come il buon Branagh sarebbe uscito dal confronto non solo con la Christie, ma anche col vecchio Orient Express del '74, diretto da Sidney Lumet, con Albert Finney nella parte dell'infallibile ispettore belga. (No, nemmeno Finney mi era piaciuto...)
Sicuramente la pellicola di Lumet è più fedele al romanzo per ciò che concerne sia l'ambientazione sia le scelte della sceneggiatura. Branagh, al contrario, si concede il lusso di qualche immotivata scena di violenza (il conte Andrenyi e Arbuthnot non sfigurerebbero in un action movie) e di alcune scene girate in esterno, rinunciando così in parte all'atmosfera abbastanza claustrofobica dell'originale. Scelte che potrebbero senz'altro far storcere il naso ai puristi, se non passassero in secondo piano di fronte ad un'altra modifica importantissima: il tocco di modernità conferito al personaggio di Poirot.
Il detective del celebre romanzo di Agatha Christie (pubblicato nel 1933) appartiene alla prima stagione del romanzo giallo, inaugurata da Conan Doyle e che ha nella Christie proprio la sua principale rappresentante: al pari di miss Marple, egli indaga senza tentennamenti, mettendo al servizio della Giustizia le sue straordinarie facoltà deduttive. Nel finale, si trova di fronte a un dilemma: rivelare alle autorità la vera identità dei colpevoli (rei di aver dato la morte a un delinquente, un uomo privo di scrupoli che, anni addietro, aveva assassinato Daisy Armstrong, di soli cinque anni, riuscendo poi a sfuggire all'arresto) oppure concedere l'impunità ai famigliari e agli amici della piccola e mai dimenticata Daisy?
Nel romanzo (e così pure nella versione cinematografica del '74), il nostro Hercule sembra avere ben chiara la necessità morale di concedere un'attenuante agli assassini, proponendo egli stesso (e senza scomporsi troppo) ben due possibili soluzioni al caso - suggerendo in tal modo a Bouc (a cui verrà lasciata la difficile scelta conclusiva) la possibilità di ricorrere ad una scappatoia. Poirot, Bouc e il dottor Constantine si trovano di fronte a un bivio; ma l'investigatore appare come il personaggio meno tormentato dal dubbio. Tant'è che la Christie sceglie il personaggio della signora Hubbard, per dar voce al dissidio che coglie i protagonisti e il lettore nel capitolo conclusivo:
«Bene, ora sa tutto, signor Poirot. Che facciamo? Se la cosa deve avere un seguito, non potrebbe incolpare me e me soltanto? Infatti, io avrei molto volentieri vibrato da sola dodici colpi di pugnale a quel dannato, e non soltanto perché era stato la causa della morte di Daisy, di Sonia e del bambino non ancora nato, che oggi sarebbe vivo... No, non per questo soltanto: ma altri bambini erano stati torturati e uccisi da lui; e altri ancora, per opera sua, sarebbero potuti incorrere nella stessa sorte. La società lo aveva moralmente condannato: noi non facciamo che eseguire la sentenza.»
Come dicevo, anche il Poirot di Finney segue la stessa strada. Egli sa bene da che parte dirigersi - e il film si conclude con una scena quasi di festa, con un brindisi finale condito da sorrisi.
Al contrario, il Poirot di Branagh è un uomo del nostro tempo, privo di certezze granitiche (eccezion fatta per quelle che gli derivano dalle sue abilità investigative) e, come noi, si arrovella, si tormenta, porta al limite e all'esasperazione il colloquio finale con tutti i personaggi (esposti al freddo, in mezzo alla neve, anziché essere raccolti nel confortevole vagone ristorante del treno). E' un Poirot molto moderno e molto umano, quello di Kenneth Branagh (così come è molto contemporanea e commovente la disperazione di Michelle Pfeiffer, che addirittura afferra una pistola e grida: «Io sono già morta insieme a Daisy») e questa sua fragile simpatia ci conquista e ci inquieta al tempo stesso.
Non è un finale sorridente, quello di quest'ultimo Assassinio sull'Orient Express: Hercule Poirot scende dal treno, chiamato ad un'altra missione, e si ritrova di nuovo al freddo, immerso in un gelido paesaggio innevato. Davanti a lui scorre il treno e, dai finestrini, si vedono i volti accigliati di tutti gli altri personaggi. La contessina Andrenyi getta via il suo Barbital ma, in generale, non si respira un'aria di reale liberazione: il povero Masterman è malato di cancro all'ultimo stadio, Linda Arden porta una parrucca, MacQueen è alcolizzato - quanto ad Hercule, chissà se tornerà mai a casa...
Insomma, le modifiche apportate da Branagh all'originale di Agatha Christie, per quanto importanti, risultano comprensibili, giustificabili nell'ambito di una rielaborazione attuale del romanzo. E questo è ciò che conta. Dopotutto, cinema e letteratura non sono forse un dialogo metamorfico e continuo col passato?
Dispiace solo per la pinguedine di MacQueen (in questo caso il confronto con la pellicola di Lumet proprio non regge e Josh Gad ci fa rimpiangere amaramente Anthony Perkins), per i calcioni rotanti da super eroe del conte Andrenyi e per i baffi di Kenneth Branagh, che - no - proprio non sono quelli di Hercule Poirot...

lunedì 3 aprile 2017

Elle

(Attenzione: il seguente post può contenere spoiler!)

Elle
, di Paul Verhoeven, con Isabelle Huppert, è un film doloroso ma vitale, che si apre con la terribile scena dello stupro della protagonista sotto lo sguardo enigmatico e ronfante del gatto di casa.
In verità, la violenza sessuale che Michelle (ricca e affermata proprietaria di una società che produce videogiochi) è costretta a subire non è che l'atto finale di una serie di soprusi di cui la donna appare più o meno consapevole.
Figlia di uno psicopatico (autore della "strage di Nantes", avvenuta nel 1980, quando Michelle era appena una bambina) e di Irène, un'ex infermiera eccentrica, che cerca di dimenticare il passato collezionando giovani amanti, la protagonista ha avuto un'infanzia e un'adolescenza difficili: la stampa e i mass media per anni l'hanno accusata di essere complice del padre nella sua mattanza. Ecco che dunque il tempa della colpa si affaccia prepotentemente nella vicenda: una colpa primigenia, atavica, un "peccato originale" su cui Michelle sembra non avere nessun controllo e che è strettamente ancorato al passato.
Michelle appare come una donna spigolosa, fredda, a tratti quasi calcolatrice, sfrenata in ambito sessuale; ma, in realtà, è una prigioniera. L'orrore della sua infanzia è sempre dietro l'angolo (come rivela la scena in cui una sconosciuta, in una brasserie, le rovescia addosso il contenuto del suo piatto, maledicendola insieme al padre). E, se non ci si libera del passato, diventa impossibile mutare anche il presente. Nonostante infatti la sicumera ostentata, Michelle è sempre e comunque prigioniera: di un figlio immaturo; di un ex marito che una volta l'ha picchiata; di un amante ipocrita, che è sposato con la sua migliore amica; del rapporto con un padre che non ha mai dato spiegazioni del suo folle gesto. E, per finire (last but not least) del misterioso stupratore dal volto mascherato - che si scoprirà poi essere Patrick, il vicino di casa, con cui Michelle intreccerà una morbosa relazione.
Non a caso la "liberazione" della protagonista inizierà solo dopo il suicidio del padre in carcere (che si impiccherà per non doverla incontrare) e dopo la morte di Irène, colpita da aneurisma dopo aver annunciato il suo prossimo matrimonio con il gigolò di turno. 
Elle non è il classico film incentrato sulla vicenda di una donna che si "vendica" di uno stupro subìto (come purtroppo sembra evincersi da alcuni siti che si occupano di recensioni cinematografiche). Anzi, la violenza non solo si verifica in un contesto sessuale (quello di Michelle) già di per sé spregiudicato, ma è solo - come ho accennato fin dall'inizio di questo articolo - la punta dell'iceberg, l'inizio di un percorso interiore di presa di coscienza.
A farla da padrone è l'elemento femmile: le donne di Elle non sono perfette, ma sono - ciascuna a suo modo - delle combattenti. Fanno invece una ben più magra figura gli uomini, violenti in quanto irrisolti, incapaci di sopravvivere senza agganciarsi in qualche modo (o attraverso il sopruso o tramite la dipendenza - economica, affettiva, sessuale) alle donne che li circondano.
Una pellicola senza dubbio originale, curata e bella benché sofferta, tormentata, che ci guida - sassolino dopo sassolino - attraverso la ricostruzione di un personaggio femminile complesso (interpretato da una superba Isabelle Huppert) e che ci costringe (forse, a tratti, nostro malgrado) a riflettere su ciò che è contenuto nelle pieghe più recondite del nostro animo.

Weyward

Tre generazioni di donne, le Weyward, che, dal XVII secolo ad oggi, sono unite da un unico misterioso destino. Il romanzo d'esordio dell...