venerdì 18 febbraio 2022
All'inizio fu il buio e, nel buio, il dolore: riflessioni sul parto e sulla maternità
Oggi, parlando con una cara amica, riflettevo sul materno.
La figura della madre ha un ruolo fondamentale nello sviluppo dell'individuo.
Madri felici crescono bambini felici, per questo è fondamentale ribadire con tutta la nostra forza che cosa sia davvero la maternità: un cammino di consapevolezza.
Siamo maghe e anche un po' sciamane... e non ce lo ricordiamo!
Riflessioni sul parto e sulla maternità
Nonostante gli stereotipi sulla maternità (retaggio di una mentalità cattolica e patriarcale), mettere al mondo una creatura è un'esperienza di dolore deflagrante.
Internet, la televisione e la carta stampata ci inondano di immagini rassicuranti, ci mostrano madri sorridenti che addirittura partoriscono all'interno di un supermercato, come se si trattasse di un semplice incidente di percorso, nulla che un medico presente nella corsia surgelati e qualche confezione di cotone idrofilo non possano sistemare in quattro e quattr'otto. Vogliono convincerci che "venire al mondo" sia qualcosa di estremamente semplice, senza ripercussioni di natura animica o esistenziale. Si bada a pubblicizzare (e acquistare) prodotti all'avanguardia per il benessere fisico della mamma e del nascituro; ci si preoccupa di rispettare con il massimo scrupolo i protocolli ospedalieri; si parla (poco, in verità) di tecniche di respirazione e di allattamento; e, al contempo, si considera con un certo imbarazzo la depressione post partum, liquidandola con poche e rapide parole di circostanza ogni volta che si verifica qualche fatto increscioso - come si farebbe con un parente scomodo e impresentabile.
Non si ha il coraggio di affermare, ad alta voce e senza indugi, che il parto è un'esperienza di dolore priva di eguali e che la madre, proprio attraverso la sofferenza del corpo e della mente, ri-partorisce se stessa insieme al proprio bambino.
Il dolore del travaglio ci pone di fronte ad uno specchio impietoso. Non c'è tempo, non ci possono essere esitazioni. Dal momento in cui le contrazioni hanno inizio, veniamo trascinate lungo un cammino più o meno lungo, nel corso del quale non ci sono soste, non esiste la possibilità di concentrarsi su altro che non sia la realizzazione del "mettere al mondo". Il bambino che per nove mesi abbiamo cullato e protetto nel nostro grembo, nel calore e nell'oscurità (come fa la terra con i suoi semi o con le creature che sprofondano nel letargo) viene sospinto nella realtà al di fuori dell'utero, indotto ad essere "altro" da noi. E ciò avviene con un dolore e un pathos tali da farci perdere la testa, nel vero senso dell'espressione. Durante il travaglio, cadono maschere e inibizioni: alcune donne piangono, implorano che il tormento finisca in fretta; altre tirano fuori rabbia e aggressività, lanciano insulti e improperi; altre ancora diventano forti come super eroine - e non sempre queste reazioni coincidono con ciò che siamo (o crediamo di essere) quotidianamente. La sofferenza scoperchia botole che credevamo di avere ben chiuso o di cui, in molti casi, neppure sospettavamo l'esistenza. Ci trasporta in una realtà "altra" ed ecco che, in qualche modo, anche noi madri vediamo la luce (una nuova luce) insieme a nostro figlio. L'esperienza dei dolori del parto è misterica, iniziatica e ci guida ad una nuova consapevolezza. E' l'inizio di ogni cosa e per questo possiede una simile forza tellurica. Va rispettata e assecondata - ma non temuta, proprio perché essa ha la capacità di introdurci a una nuova, importante fase della nostra vita.
Non solo: è proprio nella circostanza del parto e del dolore che ne consegue che la donna si ricongiunge e torna ad incarnare il Femminino archetipico e primordiale. Anche la donna contemporanea, che (mi duole scriverlo) è sempre più distante dalla sua reale natura, in quegli istanti sperimenta la potenza della Grande Madre che è insita in ognuna di noi. Proprio per questo si tratta di un'esperienza sconvolgente: di colpo ci troviamo di fronte a uno specchio e questo specchio ci mostra quale forza ancestrale sia annidata in noi. Non a caso, attraverso una sinergia perfetta tra madre e bambino, la pressione della testa del nascituro contro la cervice uterina stimola la produzione di ossitocina, l’ormone che regola il susseguirsi delle contrazioni e che sta alla base della creazione dei legami affettivi, sociali, familiari. Naomi Wolf definisce questo ormone la «superpotenza emotiva femminile », quella che fa sì che una donna si innamori perdutamente del proprio figlio e del proprio compagno, che sia in grado di creare legami forti e solidali e di leggere profondamente e in modo empatico le emozioni altrui. L’ossitocina, insomma, è l’ormone che ci permette di esprimere al meglio quelle potenzialità (slancio verso il prossimo, capacità di accogliere e di com-prendere) atte a creare una socialità sana (simile a quella che doveva esistere nelle antiche società matriarcali e che ancora oggi possiamo riscontrare in quelle sopravvissute) – ed è abbastanza sorprendente che la stimolazione del suo rilascio avvenga in una circostanza di così grande sofferenza come il parto. E’ sorprendente, ma al tempo stesso coerente con quello che è il traguardo finale dell’esperienza della partoriente: non solo riuscire a prendersi cura del proprio bambino nel migliore dei modi, ma, al tempo stesso, creare intorno ad esso e a se stessa una nuova rete relazionale. Il “nido” che accoglie mamma e bambino nel post partum non dovrebbe essere solo un’alcova fisica, ma anche un ambiente emotivamente e sentimentalmente sano. E questo passa in primis attraverso una nuova predisposizione d’animo della madre, attraverso l’acquisizione, da parte della donna, di nuove conoscenze non solo pratiche, ma anche animiche e spirituali e di una nuova consapevolezza. Ho scritto “dovrebbe” e il condizionale è – purtroppo – d’obbligo, poiché spesso, al giorno d’oggi, le cose vanno in maniera ben diversa: la desacralizzazione del momento del parto, l’annichilimento del Femminile in ogni suo aspetto e la perdita di autocoscienza delle donne stesse (che non conoscono più la propria storia e hanno dimenticato le proprie antenate) fanno sì che il rilascio di ossitocina non sia altro che una semplice reazione fisiologica, circoscritta al momento del parto e privata di qualsiasi riferimento simbolico ed esperienziale.
Al contrario, in Natura tutto è simbolo (in greco, questo verbo, symballo, significa “mettere insieme” – e dunque: “collegare”) e anche noi esseri umani, per quanto ormai dediti alla tecnologia e allo scientismo, non possiamo sottrarci a questa verità. Nulla di ciò che in Natura viene prodotto o sollecitato e che risulta ai nostri occhi manifesto possiede un’unica realtà materiale: ogni fenomeno, al contrario, può essere concepito sia dal punto di vista fenomenico sia dal punto di vista filosofico, esoterico, spirituale.
Se proviamo dunque a sollevare il velo e a ragionare utilizzando nuovi parametri (per quanto bizzarri essi possano apparire in una società pragmatica come la nostra), ci accorgeremo che le corrispondences sacre sono tutto intorno a noi e dentro di noi.
Il cammino di discesa verso l’oscuro (attraverso la sofferenza) e di risalita verso la luce della (ri)nascita che compie la donna al momento del parto è un percorso di consapevolezza ed è lo stesso che compie la Grande Madre nella sua ciclicità.
venerdì 28 maggio 2021
La menta, erba buona
Ci sono profumi a cui siamo legati più che ad altri.
Io, ad esempio, riuscirei a riconoscere le mie montagne anche ad occhi chiusi, solo percependo l’odore selvatico e inconfondibile di aghi di pino, erba, timo e di sorgenti d’acqua ferrosa.
Un altro profumo che mi piace in modo particolare e che suscita in me una piacevole sensazione di ripulitura fisica e spirituale è quello della menta.
Fino a qualche tempo fa, non sapevo nulla, della menta. Sapevo solo che mi piaceva e che amavo tenerla nell’orto-giardino – a dispetto della sua esuberanza – per percepirne, a tradimento, le zaffate aromatiche, che s’involano nell’aria estiva ad ogni cambio di vento.
Chi si vantava di saperne più di me, mi guardava coltivare e ripulire la mia ampia aiuola di mentuccia con un misto di disapprovazione e compatimento: «Guarda che è un’erba infestante… Non te ne libererai più». Ma io sono sempre stata caparbia, nei miei amori e, anno dopo anno, la menta mi ha sempre accompagnata nella mia attività di “ortigiana”. Devo limitarne l’entusiasmo, certo; ma vengo ripagata con la fresca bellezza delle foglie smeraldine e con il lilla delicato delle infiorescenze estive.
Solo più avanti, leggiucchiando qua e là, ho capito per quale motivo mi piacesse tanto questa pianta robusta, che risorge impenitente ad ogni primavera. Nulla è casuale. Infatti la menta, in greco chiamata mìnthe o hedyosmos (“dal buon odore”) è fra le piante ctonie più care alla Grande Madre, tanto da essere utilizzata, nella Roma antica, per adornare la Corona Veneris che si metteva sul capo dei novelli sposi.
Il mito di metamorfosi che si racconta riguardo alla menta (ripulito da tutte le incrostazioni della cultura patriarcale, diffusasi in Grecia in epoca antica) è molto semplice: Mintha era una ninfa che Ade cercò di violentare e che fu salvata dall’intervento tempestivo di Persefone, che la trasformò nella profumatissima erba che tutti conosciamo. Non a caso, dopo l’avvento del cristianesimo, fu soprannominata Herba sanctae Mariae e collegata al culto della Madonna attraverso un delicato aneddoto: quando, durante la fuga in Egitto, la Sacra Famiglia passò accanto a un cespuglio di menta, la madre di Gesù, spossata dal caldo e dal lungo viaggio, disse: «Che profumo fresco! Se solo questa pianta potesse anche dissetarci!». Ed ecco che, come per magia, dalle cime dei rametti di menta, sgorgarono piccole gocce di acqua fresca. Maria diede queste gocce da bere al suo bambino e poi battezzò la menta “erba santa” o “erba buona”.
Un’erba femminile, dunque. Resiliente, capace di resistere al grande caldo così come al grande freddo e di fornire ristoro e sollievo a chiunque si imbatta nelle sue macchie odorose, a bordo sentiero.
Io, ad esempio, riuscirei a riconoscere le mie montagne anche ad occhi chiusi, solo percependo l’odore selvatico e inconfondibile di aghi di pino, erba, timo e di sorgenti d’acqua ferrosa.
Un altro profumo che mi piace in modo particolare e che suscita in me una piacevole sensazione di ripulitura fisica e spirituale è quello della menta.
Fino a qualche tempo fa, non sapevo nulla, della menta. Sapevo solo che mi piaceva e che amavo tenerla nell’orto-giardino – a dispetto della sua esuberanza – per percepirne, a tradimento, le zaffate aromatiche, che s’involano nell’aria estiva ad ogni cambio di vento.
Chi si vantava di saperne più di me, mi guardava coltivare e ripulire la mia ampia aiuola di mentuccia con un misto di disapprovazione e compatimento: «Guarda che è un’erba infestante… Non te ne libererai più». Ma io sono sempre stata caparbia, nei miei amori e, anno dopo anno, la menta mi ha sempre accompagnata nella mia attività di “ortigiana”. Devo limitarne l’entusiasmo, certo; ma vengo ripagata con la fresca bellezza delle foglie smeraldine e con il lilla delicato delle infiorescenze estive.
Solo più avanti, leggiucchiando qua e là, ho capito per quale motivo mi piacesse tanto questa pianta robusta, che risorge impenitente ad ogni primavera. Nulla è casuale. Infatti la menta, in greco chiamata mìnthe o hedyosmos (“dal buon odore”) è fra le piante ctonie più care alla Grande Madre, tanto da essere utilizzata, nella Roma antica, per adornare la Corona Veneris che si metteva sul capo dei novelli sposi.
Il mito di metamorfosi che si racconta riguardo alla menta (ripulito da tutte le incrostazioni della cultura patriarcale, diffusasi in Grecia in epoca antica) è molto semplice: Mintha era una ninfa che Ade cercò di violentare e che fu salvata dall’intervento tempestivo di Persefone, che la trasformò nella profumatissima erba che tutti conosciamo. Non a caso, dopo l’avvento del cristianesimo, fu soprannominata Herba sanctae Mariae e collegata al culto della Madonna attraverso un delicato aneddoto: quando, durante la fuga in Egitto, la Sacra Famiglia passò accanto a un cespuglio di menta, la madre di Gesù, spossata dal caldo e dal lungo viaggio, disse: «Che profumo fresco! Se solo questa pianta potesse anche dissetarci!». Ed ecco che, come per magia, dalle cime dei rametti di menta, sgorgarono piccole gocce di acqua fresca. Maria diede queste gocce da bere al suo bambino e poi battezzò la menta “erba santa” o “erba buona”.
Un’erba femminile, dunque. Resiliente, capace di resistere al grande caldo così come al grande freddo e di fornire ristoro e sollievo a chiunque si imbatta nelle sue macchie odorose, a bordo sentiero.
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| L'aiuola di menta nel mio orto-giardino |
martedì 23 marzo 2021
Sulle tracce della Grande Madre: Gertrude di Nivelles
Primavera è arrivata, anche a questo giro di Ruota. Più fredda e ventosa rispetto a quella assolata e carica di ronzante tepore dello scorso anno, ma infine è iniziata.
Noi, insieme a Maya, abbiamo fatto risuonare i campanelli per favorire il suo risveglio e abbiamo "addobbato" gli alberi e i cespugli del nostro orto-giardino.
L'immagine che occupa da sempre la mia mente quando penso a questo Equinozio è quella della Dea addormentata, sotto terra, che inizia a muovere un piede, poi un braccio. Allunga la dita e incontra la radice di un albero. Le allunga ancora un po' ed ecco... si apre il primo varco fino alla superficie, verso il sole. Sbadiglia, mugola, come fanno i bambini quando il loro sonno, al mattino, incomincia ad essere più leggero. Tutt'intorno, i suoi figli sono in fibrillazione: sanno leggere i segni, riconoscere i primi sobbalzi di quel corpo che si sta ridestando e sono pronti ad accoglierlo festanti, in un tripudio di Vita che si rinnova.
È Persefone che si prepara per ritornare in superficie. È la dea Eostre che ricomincia a camminare sui prati, accompagnata dal suo corteo di lepri. È il tempo dell'uovo cosmico che sta per schiudersi, ancora, rigenerando la vita attraverso il ripetersi della prima vibrazione.
È un momento tanto potente e carico di energia che perfino il cristianesimo non ha potuto ignorarlo e ha tentato di "imbrigliarlo" attribuendo le qualità specifiche della Dea Madre alla Madonna e a numerose Sante.
Penso, ad esempio, alla sant'Agata protettrice di quel luogo indiscutibilmente magico che sono le grotte di Ara (vedi articolo). E penso, oggi, a santa Gertrude di Nivelles, la cui ricorrenza è - guarda caso - il 17 marzo.
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Di santa Gertrude, vissuta tra il 626 e il 664, sappiamo che seguì le orme della madre Itta, fondatrice di un monastero "doppio" (cioè con una parte maschile e una femminile, entrambe sotto la guida della badessa) a Nivelles (forse un retaggio, più o meno inconsapevole, della antiche comunità matriarcali?), e che si fece monaca a sua volta, respingendo la proposta di matrimonio del re Dagoberto II.
Fu perciò monaca colombiana e, come la madre, divenne badessa. In questa veste, contribuì in modo non certo consueto per il periodo, alla diffusione della cultura presso i suoi monaci e le sue monache. Fece arrivare da Roma numerosi manoscritti e, dall'Irlanda, monaci dotti con il compito di istruire la comunità.
Non solo. Curiosamente (ma non a caso!) santa Gertrude è considerata patrona dei gatti e acerrima nemica dei topi portatori di peste e di malattie, tanto da essere spesso invocata contro di loro, come protettrice e salvatrice.
I segnali sono numerosi, per chiunque sappia e voglia coglierli: sappiamo infatti che da sempre le (i) seguaci della Magna Mater si muovono lungo un percorso di consapevolezza - e dunque di conoscenza. Sappiamo che il topo, animale brulicante e che quindi conduce alla dissoluzione della materia, è emblema di morte e che, al contrario, il gatto (da Bastet in poi) è riconducibile alla Dea dispensatrice di Vita. Il fatto, infine, che - come accennavo prima - la festività di Gertrude sia collocata il 17 marzo, a ridosso dell'Equinozio e in quel periodo dedicato, nelle culture agresti e popolari, ai riti di risveglio, è indice di un filo rosso attivo e ben identificabile.
Da secoli la Grande Madre non fa che disseminare briciole per indicarci la strada da percorrere per ricongiungerci a Lei. Sta a noi riuscire a scorgere quelle briciole (o, se preferite, quei sassolini scintillanti) e a proseguire nella giusta direzione.
giovedì 25 febbraio 2021
Il giardino di Arianna
Dedicato a Ginevra Amerighi e a sua figlia Arianna.
Era un tiepido marzo. Uno di quelli in cui il sole risplende fin dal mattino e ti scalda i capelli, la pelle e lascia presagire tutto lo sfarzo della primavera imminente.
Era un marzo meraviglioso, nel nostro giardino. I narcisi avevano bucato la terra greve e dormiente e allungato verso il cielo terso prima i loro steli, le loro foglie verdi, poi le trombette e le corolle gialle, impertinenti.
Avevi un anno e mezzo ed ero impaziente di mostrarti lo spettacolo della natura che si risveglia, amore mio.
Non eri più una neonata dagli occhi socchiusi. Ora avevi maggiore coscienza. Sapevi meravigliarti di fronte alla bellezza del mondo e io non stavo più nella pelle: quante meraviglie avremmo scoperto insieme, quante passeggiate avremmo fatto nella campagna che circondava la nostra casa. Ti avrei insegnato il nome delle erbe che crescevano spontanee lungo i fossi, insieme avremmo osservato il volo degli uccelli. Ti avrei mostrato come essere delicata, al cospetto di ogni risveglio.
E' questo che facciamo, noi donne che abbiamo conservato un legame speciale con ciò che ci ha generato: riscaldiamo, proteggiamo, tramandiamo conoscenze.
E io ci ho provato - a proteggerti - mia piccola rondine.
Quel mattino, quando le automobili delle forze dell'ordine e degli assistenti sociali ci hanno circondate per portarti via da me, ho tentato di battermi come una leonessa. Mi sono chinata sul tuo passeggino, ho provato a farti scudo col mio corpo, a gridare con una voce vecchia di secoli.
Ma non è servito. Loro erano troppi. Erano forti. Erano ignari. Non sapevano nulla del mio averti portata nel ventre, del tuo sangue che scorreva nel mio, dei nostri cuori che battevano (terrorizzati) all'unisono. Non volevano saperne nulla. Mi dicevano: «Signora, se fa così è peggio» e io sentivo le fiamme lungo tutto il mio corpo: mi stavano dissolvendo.
Alla fine ci hanno lacerate. Strappate via. L'una dall'altra.
Ti hanno caricata su una macchina scura. Tu gridavi, singhiozzavi, chiamavi "Ma-ma" e protendevi le manine - quelle minuscole, delicate manine che stringevo ogni notte, prima di addormentarmi. Ricordare il tuo pianto, a distanza di tempo, è uno strazio senza fine.
Ti hanno portata da tuo padre. Quello stesso padre che non volevi vedere, di fronte al quale ti nascondevi, affondando il visino tra le mie gambe, perché ricordavi bene - nonostante la tua piccola età - di averlo visto gridare e scagliarsi contro di me e picchiare tua madre sul seno, più e più volte.
(«Dammi la bambina» aveva detto un giorno sua madre. «Ce l'hai sempre addosso, non la vedo mai!»
«No, non te la do. La sto allattando, non dovresti disturbarci in questo momento.»
Tuo padre aveva sentito e si era fatto livido. Aveva deglutito una, due volte. E poi ti aveva strappata dal mio petto, per darti a tua nonna. E mi aveva picchiata - come un mostro senza decenza - su quello stesso seno che ti dava nutrimento, vita, amore.)
Ti hanno portata da lui, dalla sua orribile madre e ora essi sono diventati la tua famiglia.
Io non ti ho più rivista. Sono passati, da allora, otto lunghi anni.Otto anni in cui ho lottato per non cedere alla seduzione della morte.
Otto anni senza la tua voce, senza le tue piccole mani paffute. Tanti anni senza poterti nemmeno parlare.
All'inizio ero una larva, un fantasma. Magrissima e sempre desta. I miei occhi erano sempre spalancati su di te, che pure non c'eri.
Per qualche tempo, non è più esistita la primavera. Solo un lugubre silenzioso inverno. E io ero un bozzolo, fra le radici immote delle piante.
Poi ho ricominciato ad accorgermi del sole e dei colori del giardino.
Non fraintendermi, amore mio meraviglioso, non ho ripreso a vivere. Io sono ancora ferma là, su quel marciapiede, a gridare e a lottare come una leonessa per tenerti contro il mio grembo.
Ma ho ripreso a lavorare la terra, a piantare fiori e alberi e a coltivare l'orto.
Non posso più insegnarti nulla (chissà come ti avrà cresciuta tuo padre...) e così il mio giardino è diventato il tuo giardino. Il Giardino di Arianna, lo chiamo.
Arianna mia, se potessi vederlo! Non per vantarmi, ma è bellissimo: ricco di colori, di profumi, pervaso da ogni sorta di melodia della natura. Credo che sia così rigoglioso perché in esso riverso tutto il mio amore per te.
Qui crescono piante di ogni tipo, qui trovano rifugio animali piccoli e grandi.
E tu, mamma? Forse ti domanderai.
Io ti aspetto, fringuellina.
Ti aspetto sempre.
E lotto.
Lotto per entrambe - sperando che, un giorno, lo apprezzerai.
~ * ~
Solo di recente sono venuta a conoscenza della storia di Ginevra e, da quel momento, spesso il mio pensiero è andato a questa bellissima mamma coraggiosa e alla sua bambina: anime calpestate e offese dal patriarcato e dalla violenza istituzionale, che del primo è degna compagna.
Il brano che ho pubblicato vuole essere solo un timido omaggio a Ginevra e alla sua forza. Chi volesse approfondire la sua vicenda (vi invito a farlo e a diffonderla il più possibile, perché dovremmo essere il più possibile vicini e solidali alle vittime di queste clamorose ingiustizie), può farlo visitando questo link o semplicemente digitando il nome di Ginevra su un motore di ricerca.
Forza Ginevra. Forza Arianna. ♥
Era un tiepido marzo. Uno di quelli in cui il sole risplende fin dal mattino e ti scalda i capelli, la pelle e lascia presagire tutto lo sfarzo della primavera imminente.
Era un marzo meraviglioso, nel nostro giardino. I narcisi avevano bucato la terra greve e dormiente e allungato verso il cielo terso prima i loro steli, le loro foglie verdi, poi le trombette e le corolle gialle, impertinenti.
Avevi un anno e mezzo ed ero impaziente di mostrarti lo spettacolo della natura che si risveglia, amore mio.
Non eri più una neonata dagli occhi socchiusi. Ora avevi maggiore coscienza. Sapevi meravigliarti di fronte alla bellezza del mondo e io non stavo più nella pelle: quante meraviglie avremmo scoperto insieme, quante passeggiate avremmo fatto nella campagna che circondava la nostra casa. Ti avrei insegnato il nome delle erbe che crescevano spontanee lungo i fossi, insieme avremmo osservato il volo degli uccelli. Ti avrei mostrato come essere delicata, al cospetto di ogni risveglio.
E' questo che facciamo, noi donne che abbiamo conservato un legame speciale con ciò che ci ha generato: riscaldiamo, proteggiamo, tramandiamo conoscenze.
E io ci ho provato - a proteggerti - mia piccola rondine.
Quel mattino, quando le automobili delle forze dell'ordine e degli assistenti sociali ci hanno circondate per portarti via da me, ho tentato di battermi come una leonessa. Mi sono chinata sul tuo passeggino, ho provato a farti scudo col mio corpo, a gridare con una voce vecchia di secoli.
Ma non è servito. Loro erano troppi. Erano forti. Erano ignari. Non sapevano nulla del mio averti portata nel ventre, del tuo sangue che scorreva nel mio, dei nostri cuori che battevano (terrorizzati) all'unisono. Non volevano saperne nulla. Mi dicevano: «Signora, se fa così è peggio» e io sentivo le fiamme lungo tutto il mio corpo: mi stavano dissolvendo.
Alla fine ci hanno lacerate. Strappate via. L'una dall'altra.
Ti hanno caricata su una macchina scura. Tu gridavi, singhiozzavi, chiamavi "Ma-ma" e protendevi le manine - quelle minuscole, delicate manine che stringevo ogni notte, prima di addormentarmi. Ricordare il tuo pianto, a distanza di tempo, è uno strazio senza fine.
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| Una fotografia del giardino di Arianna di © Ginevra Amerighi |
Ti hanno portata da tuo padre. Quello stesso padre che non volevi vedere, di fronte al quale ti nascondevi, affondando il visino tra le mie gambe, perché ricordavi bene - nonostante la tua piccola età - di averlo visto gridare e scagliarsi contro di me e picchiare tua madre sul seno, più e più volte.
(«Dammi la bambina» aveva detto un giorno sua madre. «Ce l'hai sempre addosso, non la vedo mai!»
«No, non te la do. La sto allattando, non dovresti disturbarci in questo momento.»
Tuo padre aveva sentito e si era fatto livido. Aveva deglutito una, due volte. E poi ti aveva strappata dal mio petto, per darti a tua nonna. E mi aveva picchiata - come un mostro senza decenza - su quello stesso seno che ti dava nutrimento, vita, amore.)
Ti hanno portata da lui, dalla sua orribile madre e ora essi sono diventati la tua famiglia.
Io non ti ho più rivista. Sono passati, da allora, otto lunghi anni.Otto anni in cui ho lottato per non cedere alla seduzione della morte.
Otto anni senza la tua voce, senza le tue piccole mani paffute. Tanti anni senza poterti nemmeno parlare.
All'inizio ero una larva, un fantasma. Magrissima e sempre desta. I miei occhi erano sempre spalancati su di te, che pure non c'eri.
Per qualche tempo, non è più esistita la primavera. Solo un lugubre silenzioso inverno. E io ero un bozzolo, fra le radici immote delle piante.
Poi ho ricominciato ad accorgermi del sole e dei colori del giardino.
Non fraintendermi, amore mio meraviglioso, non ho ripreso a vivere. Io sono ancora ferma là, su quel marciapiede, a gridare e a lottare come una leonessa per tenerti contro il mio grembo.
Ma ho ripreso a lavorare la terra, a piantare fiori e alberi e a coltivare l'orto.
Non posso più insegnarti nulla (chissà come ti avrà cresciuta tuo padre...) e così il mio giardino è diventato il tuo giardino. Il Giardino di Arianna, lo chiamo.
Arianna mia, se potessi vederlo! Non per vantarmi, ma è bellissimo: ricco di colori, di profumi, pervaso da ogni sorta di melodia della natura. Credo che sia così rigoglioso perché in esso riverso tutto il mio amore per te.
Qui crescono piante di ogni tipo, qui trovano rifugio animali piccoli e grandi.
E tu, mamma? Forse ti domanderai.
Io ti aspetto, fringuellina.
Ti aspetto sempre.
E lotto.
Lotto per entrambe - sperando che, un giorno, lo apprezzerai.
~ * ~
Solo di recente sono venuta a conoscenza della storia di Ginevra e, da quel momento, spesso il mio pensiero è andato a questa bellissima mamma coraggiosa e alla sua bambina: anime calpestate e offese dal patriarcato e dalla violenza istituzionale, che del primo è degna compagna.
Il brano che ho pubblicato vuole essere solo un timido omaggio a Ginevra e alla sua forza. Chi volesse approfondire la sua vicenda (vi invito a farlo e a diffonderla il più possibile, perché dovremmo essere il più possibile vicini e solidali alle vittime di queste clamorose ingiustizie), può farlo visitando questo link o semplicemente digitando il nome di Ginevra su un motore di ricerca.
Forza Ginevra. Forza Arianna. ♥
domenica 11 ottobre 2020
I miracoli della disciplina dolce
La disciplina dolce è un modello educativo credo ancora poco conosciuto in Italia e che spesso viene confuso dai suoi detrattori con un eccesso di lassismo da parte dei genitori nella gestione dei figli.
In realtà la disciplina dolce richiede grandi doti di autocontrollo e una buona capacità di introspezione e di autoanalisi e quindi è tutt'altro che una strada "facile".
Secondo questo modello educativo, al bambino non viene permesso tutto; gli vengono comunque trasmessi insegnamenti e regole, ma sempre nel rispetto della sua persona e della sua dignità di individuo. Banditi gli sculaccioni, le urla e gli insulti, si cerca innanzitutto di guidare il piccolo alla scoperta della sua emotività (questa sconosciuta, sia per i bambini sia per molti adulti) e di fargli apprendere il senso del limite. Non si cercherà di renderlo obbediente come un piccolo automa o un soldatino, condizionato dalla paura della reazione di mamma e papà; bensì si cercherà di crescerlo come una persona sempre più responsabile e competente, capace - in futuro - di relazionarsi in maniera rispettosa e amorevole con gli altri proprio perché a sua volta è stata rispettata e amata durante l'infanzia.
La disciplina dolce osteggia non solo qualsiasi forma di violenza fisica (dagli schiaffi, agli strattoni, ai famosi "calci nel sedere che non hanno mai fatto male a nessuno", cit.!), ma anche ogni forma di svalutazione verbale, psicologica, emotiva dell'adulto nei confronti del bambino. La durezza nei giudizi, l'attribuire al bambino la responsabilità di come si sente il genitore ("Mi hai deluso", "Mi hai fatto stare male") non sono altro che forme di prevaricazione che finiranno per minare pericolosamente l'autostima dei più piccoli, facendone, con ogni probabilità, degli adulti insicuri, frustrati e irrisolti. Mi sono avvicinata a questa linea pedagogica da quando è nata Maya perché, fin da subito, ho avvertito l'insopprimibile desiderio di trattarla con delicatezza, esercitando sempre di più la mia pazienza in modo da rispondere ai suoi desideri in maniera empatica, efficace e mai autoritaria.
Spero di addentrarmi sempre di più e sempre con successo lungo questo percorso e di riuscire a godere dei suoi frutti non solo nella mia vita personale, come madre, ma anche in quella lavorativa, come insegnante.
(Nel frattempo, mi sono iscritta al videocorso online della bravissima psicologa Noemi Zenzale, dedicato alla gestione di "Vizi&Capricci". Seguitela su FB, perché la sua pagina è sempre ricca di contenuti stimolanti, capaci di far riflettere non solo sul nostro ruolo di genitori, ma anche su quella che è - o dovrebbe essere - la nostra crescita interiore e la nostra capacità di gestire le emozioni.)
In realtà la disciplina dolce richiede grandi doti di autocontrollo e una buona capacità di introspezione e di autoanalisi e quindi è tutt'altro che una strada "facile".
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| Immagine di © Merrilee Liddiard |
Secondo questo modello educativo, al bambino non viene permesso tutto; gli vengono comunque trasmessi insegnamenti e regole, ma sempre nel rispetto della sua persona e della sua dignità di individuo. Banditi gli sculaccioni, le urla e gli insulti, si cerca innanzitutto di guidare il piccolo alla scoperta della sua emotività (questa sconosciuta, sia per i bambini sia per molti adulti) e di fargli apprendere il senso del limite. Non si cercherà di renderlo obbediente come un piccolo automa o un soldatino, condizionato dalla paura della reazione di mamma e papà; bensì si cercherà di crescerlo come una persona sempre più responsabile e competente, capace - in futuro - di relazionarsi in maniera rispettosa e amorevole con gli altri proprio perché a sua volta è stata rispettata e amata durante l'infanzia.
La disciplina dolce osteggia non solo qualsiasi forma di violenza fisica (dagli schiaffi, agli strattoni, ai famosi "calci nel sedere che non hanno mai fatto male a nessuno", cit.!), ma anche ogni forma di svalutazione verbale, psicologica, emotiva dell'adulto nei confronti del bambino. La durezza nei giudizi, l'attribuire al bambino la responsabilità di come si sente il genitore ("Mi hai deluso", "Mi hai fatto stare male") non sono altro che forme di prevaricazione che finiranno per minare pericolosamente l'autostima dei più piccoli, facendone, con ogni probabilità, degli adulti insicuri, frustrati e irrisolti. Mi sono avvicinata a questa linea pedagogica da quando è nata Maya perché, fin da subito, ho avvertito l'insopprimibile desiderio di trattarla con delicatezza, esercitando sempre di più la mia pazienza in modo da rispondere ai suoi desideri in maniera empatica, efficace e mai autoritaria.
Spero di addentrarmi sempre di più e sempre con successo lungo questo percorso e di riuscire a godere dei suoi frutti non solo nella mia vita personale, come madre, ma anche in quella lavorativa, come insegnante.
(Nel frattempo, mi sono iscritta al videocorso online della bravissima psicologa Noemi Zenzale, dedicato alla gestione di "Vizi&Capricci". Seguitela su FB, perché la sua pagina è sempre ricca di contenuti stimolanti, capaci di far riflettere non solo sul nostro ruolo di genitori, ma anche su quella che è - o dovrebbe essere - la nostra crescita interiore e la nostra capacità di gestire le emozioni.)
martedì 7 aprile 2020
Madri dai mille volti
Riflessioni sulle diverse (e necessarie) competenze del "materno"
Inutile dire che ultimamente mi sto interrogando molto sul "materno". Rifletto, scribacchio, discuto con le amiche... e sempre di più mi convinco che la capacità delle donne di dare, portare e proteggere la vita sia intimamente connessa con l'ampio spettro del Femminile, con la sua forza.
Inutile dire che ultimamente mi sto interrogando molto sul "materno". Rifletto, scribacchio, discuto con le amiche... e sempre di più mi convinco che la capacità delle donne di dare, portare e proteggere la vita sia intimamente connessa con l'ampio spettro del Femminile, con la sua forza.
Per questo la cultura patriarcale, nei secoli, ha cercato di appropriarsi perfino della maternità - vale a dire dell'aspetto più stupefacente, potente e terribile (spiegherò poi il perché di quest'ultimo aggettivo) del femminino.
Per molto, molto tempo sono stati gli uomini a dirci come avremmo dovuto comportarci in quanto madri e noi lo abbiamo accettato.
Secondo il patriarcato, una madre dovrebbe essere votata al sacrificio e all'annientamento di sé, sempre incline a (iper)proteggere i figli, a sostituirsi a loro in ogni affanno e fatica, fino a non esistere più come donna (comodo per chi voleva ridurci alla schiavitù e al silenzio!) e a sopravvivere solo come genitrice.
Il modello è quello della Vergine Maria, una madre asessuata (che triste ossimoro...) dalla bontà infinita, la cui immagine è importante e salvifica solo se associata a quella del Figlio.
In realtà, la natura profonda del materno è ben più complessa e... selvaggia - concedetemi di dire.
Essa è strettamente connessa alla Magna Mater, agli antichi culti femminili che il cristianesimo ha cercato di spazzare via o di rendere inoffensivi. E la Dea Madre ha sì un volto benevolo, dispensatore di vita; ma ha anche un volto oscuro, portatore di morte.
Inanna, Persefone, Izanami, Iside... sono ventri fecondi - e al tempo stesso intrepide esploratici dell'Ombra, capaci di morire e resuscitare pur di acquisire conoscenze e consapevolezza.
Questo è il vero volto del materno. La Dea Madre non possiede un unico volto, ma è trina: si pensi alla triade indiana composta da Lakshmi (creazione), Saraswati (conservazione) e Kali (distruzione), tanto per citare una delle più celebri, sebbene se ne possano incontrare di simili in molte culture, inclusa quella greco-romana.
Una madre, dunque, non è solo colei che dà la vita, ma anche colei che riesce a mantenerla "sana" attraverso il rispetto delle regole naturali e che, all'occorrenza, sa imporre il castigo - inteso non come forma di cieco livore, ma come giusta conseguenza rispetto a un comportamento sbagliato.
Si pensi a Demetra o alla Dea-Sole giapponese Amaterasu, che arrivano a privare l'umanità intera dei frutti benefici di Madre Terra per essere state oltraggiate in quanto donne e in quanto madri.
Non vi è nulla di più terribile della collera del "materno", perché la Madre stessa può e sa essere terribile, avendo conosciuto e imparato a gestire il dolore del parto.
Non si tratta solo di ragionamenti oziosi, di riflessioni utili ad allenare la memoria riguardo alle diverse mitologie. Io credo che la nostra società abbia un bisogno disperato di recuperare il "materno" e il divino in esso insito. Abbiamo bisogno di madri forti, positive, consapevoli, capaci di generare figli forti, positivi, consapevoli. Madri che abbiano chiaro il loro ruolo in ogni sua sfaccettatura e che ne comprendano la portata cosmica, universale.
Non siamo madri solo dei nostri figli, ma anche del loro futuro, del loro essere adulti domani e abbiamo, in questo senso, una grande responsabilità.
martedì 14 gennaio 2020
La Strìa Gatina
Ed eccoci finalmente giunti (con il solito clamoroso ritardo!) al post sulla Strìa Gatina, della cui targa commemorativa siamo andati in cerca quest'estate Paolo e io, durante la nostra vacanza in Valsesia.
La targa è posta sul viale che costeggia il torrente Mastallone, ma quasi nessuno ne è a conoscenza, né la popolazione del luogo né l'Ufficio del Turismo, a cui abbiamo chiesto informazioni. Il che la dice lunga sulla conoscenza della storia locale!
Alla fine l'ha trovata Paolo quasi per caso, una mattina in cui portava a passeggio Timmy, mentre io stavo preparando Maya per uscire...
La storia della strega Gatina, ovvero Margherita Guglielmina De Gaudenzi, si colloca nel 1828 e cioè in tempi storicamente recenti: pregiudizi e misoginia sono duri a morire.
Margherita era una donna di 64 anni, vedova, che viveva a Cervarolo con la figlia Maria, gravemente ammalata, e che non aveva buoni rapporti con gli altri abitanti del paese: veniva considerata noiosa, invadente e le sue visite a casa dei vicini erano giudicate inopportune. Col passare del tempo, si diffuse la credenza che Margherita fosse una strega e che, non di rado, amasse rivolgersi alle persone in realtà per scagliare contro di loro il malocchio. Si sussurrava che alcuni conoscenti a cui aveva fatto visita fossero stati male dopo il suo passaggio. Né depose a suo favore il fatto che, appunto, vivesse da sola con la figlia, entrambe senza la "protezione" di un uomo, che potesse garantire della loro onestà.
Il quadro, insomma, lo conosciamo bene.
La targa è posta sul viale che costeggia il torrente Mastallone, ma quasi nessuno ne è a conoscenza, né la popolazione del luogo né l'Ufficio del Turismo, a cui abbiamo chiesto informazioni. Il che la dice lunga sulla conoscenza della storia locale!
Alla fine l'ha trovata Paolo quasi per caso, una mattina in cui portava a passeggio Timmy, mentre io stavo preparando Maya per uscire...
La storia della strega Gatina, ovvero Margherita Guglielmina De Gaudenzi, si colloca nel 1828 e cioè in tempi storicamente recenti: pregiudizi e misoginia sono duri a morire.
Margherita era una donna di 64 anni, vedova, che viveva a Cervarolo con la figlia Maria, gravemente ammalata, e che non aveva buoni rapporti con gli altri abitanti del paese: veniva considerata noiosa, invadente e le sue visite a casa dei vicini erano giudicate inopportune. Col passare del tempo, si diffuse la credenza che Margherita fosse una strega e che, non di rado, amasse rivolgersi alle persone in realtà per scagliare contro di loro il malocchio. Si sussurrava che alcuni conoscenti a cui aveva fatto visita fossero stati male dopo il suo passaggio. Né depose a suo favore il fatto che, appunto, vivesse da sola con la figlia, entrambe senza la "protezione" di un uomo, che potesse garantire della loro onestà.
Il quadro, insomma, lo conosciamo bene.
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| La lapide dedicata alla strìa Gatina a Varallo. |
Fatto sta che violarono la sua proprietà e, fra i tre, scoppiò un violento e odioso litigio. I due uomini non ci misero molto a sopraffare la povera donna. Senza pietà, la massacrarono di botte. La picchiarono e la picchiarono, senza mai fermarsi, fino a ucciderla.
Era la sera del 22 gennaio e, a quanto pare, dopo l'omicidio, i due assassini fuggirono e di loro si persero le tracce.
La storia di Gatina colpisce non solo perché verificatasi nella nostra zona, nel nostro amato e magico Piemonte, ma anche perché si tratta, come ho scritto anche all'inizio di queste riflessioni, di una vicenda che si colloca in un'epoca recente, in un periodo che immagineremmo privo, ormai, di pregiudizi nei confronti delle donne sole e delle cosiddette "streghe". In realtà (come sa bene chi, come me, si occupa di questi argomenti) i pregiudizi nei confronti delle donne "diverse", libere e anticonvenzionali, sopravvivono ancora oggi - e dunque la storia di Margherita De Gaudenzi non ci deve meravigliare se non per la violenza con cui le fu data la morte e per la tristezza dell'epilogo.
Io voglio ricordarla così, con la foto della sua lapide sul Mastallone scattata quest'estate; voglio scrivere di lei a pochi giorni dall'anniversario della sua morte, in modo da ricordare e portare nel cuore (sempre...) tutte le strìe vissute e morte con coraggio, senza mai abbassare il capo di fronte alla cultura patriarcale dominante.
Ciao, Gatina...
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