mercoledì 14 agosto 2019

Le grotte delle fate in Valsesia

Di ritorno dalla nostra vacanza in Valsesia (quest'anno niente valle di Cogne: Mayetta è troppo piccola...), aggiorno il mio diario virtuale con qualche appunto su ciò che ho visto e scoperto in questi dieci giorni trascorsi tra le montagne del mio Piemonte.
Innanzi tutto le "grotte delle fate", ovvero le grotte di Ara, nel Parco Naturale del Fenera: le abbiamo battezzate così perché l'atmosfera del luogo è ancora oggi potente, evocativa.
Si tratta di una passeggiata alla portata di tutti (noi l'abbiamo fatta con Maya nel marsupio). Abbiamo parcheggiato ad Ara e poi abbiamo intrapreso un sentiero tra gli alberi, ben segnalato, con un paio di cancelletti di legno a segnalare gli ingressi.
Dopo pochi minuti di cammino, abbiamo identificato subito le grotte e siamo scesi.
Terra e acqua alle grotte di Ara
Siamo stati accolti subito da una grande frescura (nonostante la giornata fosse molto calda) e da un rilassante gorgoglìo: lo specchio d'acqua che circonda le aperture nella roccia è limpido, cristallino, punteggiato da insetti (farfalle e libellule di un bellissimo blu intenso, metallizzato) che guizzano così rapidi sulla sua superficie che, nonostante i numerosi tentativi, non sono riuscita a fotografarli.
Le grotte di Ara erano un luogo di culto antico. Qui si adorava la Grande Madre e, molto probabilmente, si consultavano le indovine in epoca pre-cristiana. Oggi, all'ingresso di una delle grotte (dalla forma evidente di vulva), è stata collocata, in una teca, una statua di Sant'Agata, patrona di Ara: uno dei soliti tentativi, da parte del cristianesimo, di appropriarsi degli antichi luoghi di culto matriarcali attraverso le proprie sante.
Ma si tratta di un tentativo goffo, mal riuscito: la suggestione di questo luogo è infatti palpabile, inequivocabile. Qui si avverte l'energia tellurica, procratrice, forte della Magna Mater. E ancora oggi le persone offrono a "Sant'Agata" (alla Signora) i tradizionali sass bianc, i ciottoli chiari raccolti nel corso d'acqua.
Una delle grotte di Ara dalla forma fortemente simbolica.
Si può scorgere anche la teca con la statua di Sant'Agata.
E' probabile che, nell'antichità, si trattasse di una vera e propria offerta votiva, per onorare e propiziare la fertilità. Nonostante di queste tradizioni si parli poco, è stato commovente vedere, intorno alla stuatuetta di Sant'Agata (Dea Madre camuffata, come dicevo) tanti sassolini! Noi stessi ne abbiamo raccolti, da portare a casa (uno è stato sistemato davanti alla statua della mia Devi) e da regalare agli amici più sensibili e "vicini" a questo percorso spirituale.
Le grotte di Ara sono state senz'altro una piacevole scoperta e, essendo non molto distanti da casa nostra, credo che ci torneremo spesso, specie in occasione delle festività della Ruota dell'Anno!
Anche Maya sembra aver captato, assaporato e gradito l'atmosfera del luogo, tanto che è rimasta a lungo con gli occhioni spalancati, ad ascoltare il rumore dell'acqua e il fruscìo delle foglie...

Il prossimo post (che non so assolutamente quando riuscirò a pubblicare!) sarà dedicato invece alla Strìa Gatina, che abbiamo scovato a Varallo Sesia.

venerdì 12 luglio 2019

Yogini - Il lato in ombra della Dea

In questi giorni, tra una poppata della bimba magica e un pisolino (mio e suo!), ho finito di leggere Yogini - Il lato in ombra della Dea, un interessante saggio di Guido Zanderigo, cultore di Storia dell'arte dell'India presso l'università Ca' Foscari e segretario della Venetian Academy of Indian Studies.
Non si tratta di un testo semplice e scorrevole, per via dei numerosi rimandi alla mitologia e alla filosofia indiane e dei termini in sanscrito che vengono utilizzati dall'autore con grande disinvoltura, dando spesso l'impressione di rivolgersi direttamente ad un pubblico di "addetti ai lavori". Sono perciò andata un po' a rilento e, per necessità di leggerezza, ho affiancato la lettura di questo testo a quella di un romanzo della Nemirovsky.
Mi sono in ogni caso annotata alcuni passaggi significativi (che pubblicherò poco per volta sulla mia pagina Mysteria), riguardanti, in particolar modo, le connessioni fra le divinità femminili indiane (e il loro lato oscuro, di distruzione che prelude alla rinascita) e le tradizioni pagane sopravvissute in Occidente anche dopo la diffusione del cristianesimo, inerenti all'immaginario stregonesco e della Signora del Gioco.
Il libro di Zanderigo non è incentrato su questo, ma è possibile seguire comunque questo fil rouge  - come se l'autore avesse comunque sparso lungo la via tanti sassolini che incrociano le tradizioni e creano rimandi interessanti.
La tradizione sciamanica del paganesimo greco-romano (si pensi alla dea ctonia che ha familiarità con gli animali selvaggi e feroci: orsi, serpenti, leoni...), così come quella del cerchio magico (rielaborata e distorta dall'Europa cristiana attraverso l'immagine del "sabba" demoniaco), dell'albero catalizzatore dei poteri femminili che mettono in comunicazione il mondo dei vivi con quello dei morti e, infine, il crocicchio come luogo e veicolo di espressione del lato "oscuro" delle dee hanno pure origini indoeuropee e arrivano dall'Oriente, come Zanderigo ci dimostra anche attraverso un ampio corredo fotografico.
Insomma, come ho detto prima, una lettura non facile, ma che di certo può fornire numerosi spunti per ulteriori indagini e approfondimenti a chi, come me, si interessa del femminino sacro in ogni sua forma.

A breve dovrei riuscire a ultimare anche Suite francese e poi mi dedicherò, con curiosità (magari mentre sarò in Valsesia a ricercare la Strìa Gatina!), alla lettura de Il sussurro del mondo, di Richard Powers. Avevo letto recensioni interessanti a riguardo e, lo scorso lunedì, l'ho comprato in una libreria ad Albenga. Riprende - se non ho capito male - la teoria "avatariana" (!) secondo cui tutti gli alberi sarebbero capaci di comunicare fra loro. Spero di riuscire a recensirlo presto, perché è un bel tomo!

mercoledì 26 giugno 2019

M come Maternità

Questa volta sono rimasta lontana più del solito dalle pagine di questo mio "diario di viaggio" virtuale per un buon motivo: lo scorso mese di aprile è nata la nostra bimba, Maya.
Non ho mai scritto nulla sulla gravidanza perché non volevo mettere in mostra emozioni, sentimenti (e tanto meno fotografie) relativi a un periodo così delicato. I social e il Web sono, a mio avviso, veicolo di energie e scambi non sempre positivi e non volevo che il nostro percorso fosse contaminato da curiosità, pettegolezzi, da qualsiasi tipo di interazione che non fosse quella (sana, genuina e, soprattutto, reale!) di parenti e amici che ci vogliono bene.
Forse anche per questo, quello mio e di Maya è stato un buon cammino. Siamo sempre state in salute, senza disturbi, fino al momento in cui lei ha deciso di venire al mondo.
Ho cercato in tutti i modi di non farmi contagiare dagli allarmismi di altre mamme né ho voluto crogiolarmi nella lettura di post e articoli catastrofici su quanto potesse essere difficile la maternità e sui rischi della depressione post partum.
Certo, è vero, la vita cambia, quando arrivano questi frugoletti ad alterare il ritmo delle nostre giornate. Non abbiamo più tutto il tempo per noi, dobbiamo svolgere le nostre attività preferite nei ritagli di tempo che ci vengono concessi da poppate, cambi di pannolini e passeggiate all'aria aperta... Alcuni, addirittura, sostengono che la maternità sia essenzialmente sofferenza. Poco dopo la nascita di Maya, mi sono imbattuta in un post su Facebook dove si elencavano tutti i "dolori" generati dalla scelta di essere madri: il parto (ecco, sì, su questo sono d'accordo!), l'allattamento, le notti insonni, l'essere trasandate ecc. ecc.
Tutto questo lo troverete descritto nei dettagli su molti blog e siti, se è questo che cercate.
Io, invece, vorrei puntare sulla gioia di questa condizione. Faticosa, certo. Impegnativa, senza dubbio. Ma immensamente appagante, se affrontata con il giusto spirito e tenendo sempre ben presenti le motivazioni che ci hanno spinte ad avere un figlio. Se lo abbiamo fatto perché era questo ciò che parenti e familiari si aspettavano da noi o (peggio ancora!) per raggiungere un non-si-sa-quale status sociale privilegiato (ad esempio), allora è normale che tutto ci appaia a tratti quasi insopportabile.
Se invece abbiamo inserito questo passo in un percorso di crescita non solo individuale ma - oserei dire - cosmica, ecco che allora sapremo affrontare le prime notti senza sonno, i primi pianti e la nuova gestione delle giornate con il giusto stato d'animo. (Tenendo conto che i bambini percepiscono in maniera viscerale le ansie della madre, particolare su cui troppo spesso sorvoliamo...)
Immagine da Pinterest
Per quello che mi riguarda, ho trascorso le prime settimane a casa con la bimba in una sorta di "isolamento" quasi sacro: non ho richiesto l'aiuto di nessuno (nonni, parenti, amiche... l'unico che realmente desideravo avere accanto a me era il mio compagno) e ho stabilito orari di visita alla piccola abbastanza rigidi, che in nessun modo potessero interferire con la nostra (mia e sua) necessità di riposare durante il giorno. Forse qualcuno è rimasto un po' spiazzato da questo mio atteggiamento. Forse in molti si aspettavano che, una volta tornata a casa con una neonata prematura, avrei desiderato ricevere aiuto da tutte le parti. E invece no. Così come già avevo fatto durante la gravidanza, ho ascoltato la mia voce interiore e ho delimitato uno spazio "magico" intorno a me e alla bimba, all'interno del quale ho utilizzato il tempo per imparare a conoscerla e per trovare il giusto modo di comunicare con lei.
Solo di recente abbiamo cominciato ad aprirci verso l'esterno. Ora siamo pronte e lo facciamo entrambe con grande soddisfazione, perché Maya è una bambina positiva, solare, che ama stare in mezzo alla gente, fuori casa e in mezzo al verde. Io mi fido di lei e lei si fida di me, perché abbiamo imparato a interagire senza interferenze esterne, senza voci superflue che si sovrappongano alle nostre.
Essere madre, per me, è un dono che è stato fatto dalle stelle tanto a me quanto alla piccola. Io sono custode consapevole di questo dono e delle nostre vite e cerco di comportarmi (nonostante le difficoltà e gli errori sempre in agguato!) in modo tale da avere sempre presente l'opportunità meravigliosa che mi è stata concessa.
Del resto, i figli ci costringono a metterci di fronte allo specchio. Ci obbligano ad affrontare le nostre più recondite paure e a tirare fuori tutte le nostre risorse più preziose. E, per quanto possa essere difficile tenere a bada ansie e sensi di colpa, almeno tentare di farlo sarà, ai loro occhi, durante la crescita, un esempio importante. Dobbiamo sempre sforzarci di insegnare ai nostri piccoli a trattenere la luce, a trovare frammenti positivi nel corso dell'esistenza, non ad alimentare paure e ad estendere l'oscurità all'interno del nostro animo.

lunedì 11 marzo 2019

Vox

«Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi; è l'indifferenza dei buoni.» (Martin Luther King)

Rieccomi al blog... Ho sempre un sacco di cose da scrivere e poco tempo.
Non sono riuscita (come immaginavo) a preparare un post sull'ultima esperienza in carcere, sulle letture che ho cercato e sulla mini lezione che ho fatto: per questo, rimando all'articolo pubblicato su Phaneron.
Non ho nemmeno (ancora) parlato del mio laboratorio sul viaggio, sulla conoscenza e sull'incontro con l'"altro", che ho realizzato con la mia classe IV... Ma per questo c'è tempo, visto che prima vorrei anche documentarmi sulla "didattica lenta" e su altri spunti interessanti che ho raccolto durante un corso di aggiornamento tenutosi lo scorso mese presso la mia scuola. (Da quando insegno, è il primo corso di formazione veramente utile che mi sia capitato di seguire: il che la dice lunga sullo stato della scuola pubblica italiana!)

Oggi, invece, a breve distanza dalla Festa della Donna (quanto mai necessaria, quanto mai contestatrice), vorrei parlare di una delle mie ultime letture: Vox, della scrittrice americana Christina Dalcher. Un romanzo disturbante, sconvolgente, su cui tutte le donne oggi dovrebbero riflettere.
La vicenda è ambientata in un futuro molto prossimo: negli USA l'ultimo presidente afroamericano ha appena terminato il suo mandato e le successive elezioni sono state vinte da Myers, un ultraconservatore spalleggiato dal "Movimento per la Purezza", che ha come capo il fanatico reverendo Carl. Il Movimento si pone come principale obiettivo il ripristino di una società "pura", improntata ai valori tradizionali, in cui il principale compito dell'uomo è di lavorare e fornire sostentamento alla famiglia, mentre alla donna spetta di essere sottomessa, pudica e di restare a casa ad allevare i figli (insomma, una visione bucolico-reazionaria non molto distante da quella promossa dalla Lega di Crotone lo scorso 8 marzo...).
Poco per volta, il Movimento, appoggiato dal potere politico, riuscirà nel proprio intento: con grande sconcerto di tutto l'Occidente, negli USA poco per volta le donne perdono tutti i loro diritti: non possono più lavorare e, come se questo non bastasse, viene loro applicato al polso un braccialetto metallico che controlla il limite di parole pronunciate ogni giorno. Se una donna supera il limite delle cento parole giornaliere, viene subito colpita da una terribile scarica elettrica.
La protagonista della vicenda è Jean McClellan, una neurolinguista di successo, che ha quasi scoperto la cura per l'afasia di Wernicke. La dittatura di Myers e del reverendo Carl si è già instaurata, Jean ha perso il lavoro e la sua ricerca, è preoccupata per il futuro della figlia Sonia e spesso ripensa con amarezza ad ogni volta che, in passato, è stata debole e ha rinunciato a combattere per i propri diritti. Con particolare rammarico pensa all'amica Jackie, attivista femminista scomparsa nel nulla (in realtà incarcerata in una struttura speciale, dove le donne ribelli sono costrette a svolgere lavori umili e pesanti e non possono pronunciare nemmeno una parola) dopo l'avvento al potere dei "Puri".
Un giorno, però, la monotona vita di Jackie viene sconvolta da un avvenimento imprevedibile: a casa sua e del marito Patrick (funzionario governativo apparentemente debole e incapace di prendere una posizione) arriva niente meno che il reverendo Carl. Il fratello del presidente Myers, infatti, in seguito a un incidente, ha subito un trauma cranico e una lesione in una zona specifica del cervello, tale da determinare l'afasia di Wernicke, di cui Jean è la massima esperta. Il potere, patriarcale e maschilista, dunque, ha bisogno proprio di una donna per sistemare i propri guai...
Il volantino realizzato dai "puri" dalla Lega di Crotone lo scorso 8 marzo,
in cui si parla di «ruolo naturale della donna volto al sostegno
della vita e della famiglia».

La scrittura della Dalcher è rapida, accattivante e guida il lettore (senza mai perdere la sua attenzione) attraverso una serie di colpi di scena che non rivelerò qui.
Ciò che mi preme sottolineare è piuttosto la forza del messaggio di questo romanzo, che ci mette in guardia e ci costringe ad aprire gli occhi: trasformati come siamo in "utili idioti" (attenti solo alle questioni del nostro quotidiano, della nostra vita personale, assorbiti da un utilzzo sempre più invadente della tecnologia), spesso non ci accorgiamo dei diritti che ci vengono sottratti. Rinunciamo a combattere, a ribellarci (proprio com'è accaduto a Jean McClellan) e per questo rischiamo di svegliarci un giorno e di ritrovarci servi, sottomessi, schiacciati sotto un giogo che apparirà impossibile da (ri)sollevare.
Ci crogioliamo nella nostra pericolosa indifferenza finché sono i diritti "degli altri" ad essere toccati (dei migranti, delle minoranze etniche o religiose ecc.); ma cosa accadrebbe se infine toccasse a noi? Cosa succederebbe se, proprio nell'epoca dei social e delle comunicazioni rapide e immediate, a una parte della società civile venisse tolto il diritto di parola e di espressione?
Non solo il panorama tratteggiato dalla Dalcher è inquietante; lo è anche la descrizione che l'autrice fa (attraverso sapienti e ben dosati flashback) della diffusione infida, ma capillare, della dittatura. Quando essa si instaura definitivamente, in tutta la sua ferocia, donne pure intelligenti, come la protagonista, vengono colte quasi di sorpresa, rimangono spiazzate. «Come siamo arrivati a questo?» si domandano, quando ormai è troppo tardi per opporre resistenza.
Un romanzo che forse molti definiranno pessimista; ma che aiuta ad aprire gli occhi sulle nuove forme di dittatura, che noi tutti dovremmo allenarci a scovare e riconoscere. Allenamento quanto mai necessario, a mio avviso, in un'epoca e in un Paese in cui ancora si tenta di attaccare il divorzio, la legge 194 e in cui ancora ci si permette di parlare di «ruolo naturale della donna» come moglie e fattrice.

sabato 2 febbraio 2019

Candelora: l'importanza di ogni risveglio

Pum. Pum.
Lo senti, il suono gravido
di chi si ridesta?
E' il battito della terra
contro la terra,
delle viscere
contro la pelle.
E' il tuo sangue che pulsa,
cuore mio di melagrana,
il tuo battito accelerato
che si alterna al mio,
più stanco
e a volte impacciato.

Pum. Pum.
Nulla ha più importanza del fatto,
La Candelora: immagine da Pinterest
fragile frullo di ali di passero,
che dobbiamo imparare a ridestarci.
C'è chi non dorme mai
e chi non sa leggere le orme delle matriarche
nella neve.
Noi dovremo invece
ricercare il silenzio,
custodire ogni esitazione,
attivare
muscolo dopo muscolo
ogni parte autonoma
e infinitesimale
del nostro corpo divino.
Occorre garbo, nel risveglio.
Non dovrai dimenticarlo.

Pum. Pum.
Arriverà la tua stagione,
mia inaspettata, gentile pulsazione,
e varrà la pena ascoltarti,
attenderti mentre
ti rivesti di turchino
e raduni le api
nello sciame dorato
che accompagnerà i tuoi passi
e i tuoi pianti
e le risate esauste
sotto questo cielo.

lunedì 24 dicembre 2018

Il cammino delle Dodici Notti

Inizia oggi il percorso delle Dodici Notti, un cammino di conoscenza e rinascita che si sviluppa dall'interno all'esterno di noi stessi. Per arrivare a conoscerci (... o almeno provarci!) è necessario scendere nel profondo, nell'oscuro con cui la stagione fredda (col suo letargo) ci obbliga a venire a patti. Sarà poi attraverso questa nuova com-prensione che potremo vivere con maggiore consapevolezza e serenità il rapporto con l'Altro, con il Cosmo e con tutto ciò che ci circonda.
Si tratta di incontrarsi con l'Alfa e l'Omega, con Eros e Thanatos, col principio della Vita e con quello della Morte che, insieme, garantiscono la sopravvivenza - secondo le regole di Natura - del nostro Universo. Si tratta di morire per auto-rigenerarsi, attraverso un percorso iniziatico che prevede di affrontare tutte le forze e le zone oscure della nostra anima (le dodici tappe).
Immagine di Sulamith Wulfing
Non a caso, nel mondo germanico e anglosassone, la notte del 24 dicembre era chiamata Modraniht o Modra Nacht, ovvero la "Notte delle Madri", ed era dedicata al culto delle divinità femminili che, come ormai sappiamo, presiedevano tanto alla vita quanto alla morte.
Anche in area mediterranea, in particolare nella Grecia antica, nel periodo solstiziale si svolgeva ad Eleusi l'Αλῷα, un insieme di celebrazioni e sacrifici in onore di Demetra e di tutte le donne non più vergini (sposate e cortigiane). Demetra e Persefone sono le dee greche che compiono lo stesso percorso di Iside, di Inanna e di tante altre divinità femminili: scendono negli Inferi per risorgere a nuova vita, con nuove capacità prolifiche. (Secondo Marguerite Rigoglioso, nel suo volume Partenogenesi - Il culto della nascita divina nell'antica Grecia, la melagrana, di cui Persefone si nutre appena prima di tornare sulla terra, sarebbe simbolo della capacità di partenogenesi della dea...)
Il significato delle Dodici Notti è dunque quello della discesa-specchio, che ci condurrà ad una "morte" finalizzata al riaffermarsi della Vita.
Mi viene in mente, a tale proposito, anche il rituale buddhista del Chod, che più volte ho trovato menzionato nei libri che ho letto quest'anno (casualità?). Secondo il Chod, l'unica strada possibile per l'accettazione del nostro lato oscuro (e dunque per una vera crescita interiore) consisterebbe nello scendere a ri-conoscere i nostri demoni personali. Demetra George, nel suo I misteri della Luna oscura, ne propone un'interpretazione affascinante (che forse avevo già citato su queste pagine virtuali):
«Dobbiamo richiamare il nostro demone dal cortile dove l'abbiamo affamato [...]. Dobbiamo accoglierlo nel tepore della nostra cucina e nutrirlo con alimenti che guariranno le sue ferite, dovute al rifiuto».
La "lotta" che dobbiamo compiere durante le Dodici Notti (simboleggiata anche dai tanti rituali di "caccia selvaggia" sparsi qua e là nel folklore) non è un autoannientamento, una lacerazione fine a se stessa del nostro Io; bensì una battaglia dia-logica fra gli opposti e le diverse forze, destinata a chiudersi - sempre - col riaffermarsi della Vita e con la nostra apertura verso il mondo.

domenica 23 dicembre 2018

Frammentini

Immagine tratta dal Web
E' stato un periodo bizzarro. Statico e rivoluzionario al tempo stesso. Di acciacchi e malanni e di grande energia. Per la prima volta, da quando ho aperto questo blog, mi metto a scrivere senza avere ben chiaro l'argomento di queste parole. Il che non credo sia un male.
A settembre, ho cambiato ancora una volta scuola. Un istituto tecnico della mia città, dove non ero mai stata. Non mi ci sono ancora adattata e non so se mi adatterò. E' un alveare: tante sezioni, tanti ragazzi, tanti colleghi. Molte regole necessarie - me ne rendo conto - ma difficili da tenere a mente per me che ho sempre avuto regole mie, da sposare con la mia creatività.
Per fortuna ci sono i ragazzi: due classi da trenta alunni e una da diciassette. Loro ti riempiono le ore, ti scaldano il cuore. Si ribellano, ti abbracciano, alternano studio e problemi adolescenziali, vogliono parlare, parlare sempre... E io, ovunque vada, li adoro senza riserve.
Il clima si è irrigidito. Di colpo, ha cominciato a far freddo e la mia schiena si è bloccata. Per fortuna a gennaio riprenderò col mio yoga. In compenso, la settimana di sosta forzata (mai usufruito  prima d'ora di un periodo di mutua così lungo!) mi ha permesso di leggere molto. Ho esaurito la saga della Ferrante (da rileggere quanto prima, per fissare nella memoria passaggi e parole che, d'acchito, sono semplicemente fluite dentro di me, grazie alla bellezza mai ostica della scrittura...), proseguito con Il risveglio della Dea di Vicky Noble e presto mi aspetterà un saggio sulle dee nere dell'induismo. Continuo a riflettere sul femminile, senza sosta (sarà un caso, che le mie autrici e cantanti preferite siano sempre donne?) - sul femminile "buono", liberato, che si oppone (per donargli salvezza?) a quello nevrotico, rancoroso delle donne che si credono moderne e che, in realtà, sono le prime vittime sacrificali della granitica società patriarcale.
Sento anche l'esigenza di riprendere e di riorganizzare la mia attività di scrittura, che spesso langue - o viene del tutto sovrastata dalle necessità didattiche: i programmi, gli approfondimenti per le lezioni (che bisogna preparare affinché risultino accattivanti e mai monotone), i temi dei ragazzi da correggere... Desidero spontaneamente un nuovo rigore che si sposi con la bellezza del mutamento, dell'evoluzione, del generare. Concetti che possono sembrare contraddittori, ma che non lo sono nella mia testa e che non lo saranno nella loro realizzazione. Ecco perché, poche righe sopra, scrivevo di non essere dispiaciuta per questo vagare senza meta dei miei pensieri: non è forse dal caos che, se ci sappiamo fare, torna a esplodere la vita?
Pensieri, frammentini.
In verità, non sono mai stata tanto ottimista e sicura del mio potenziale come in questo periodo.

«Ho tenuto alta la mia visione come un raggio di luce bianca, ed è stato un bene per tutti...» (V. Noble, Il risveglio della Dea)

Weyward

Tre generazioni di donne, le Weyward, che, dal XVII secolo ad oggi, sono unite da un unico misterioso destino. Il romanzo d'esordio dell...