giovedì 30 giugno 2016

Poco per volta, si viene alla luce...

Un caro Amico mi ha chiesto di scrivere qualcosa sulla solitudine, per aiutarlo nella composizione di un monologo sulla malinconia generata dalla fine di un amore.
Queste sono alcune delle mie idee, dei pensieri che ho scritto di getto - senza pensarci troppo su.
Il risultato finale sarà nel suo monologo, che spero di poter presto pubblicare su questo blog. In fin dei conti aveva ragione De André: dal letame nascono sempre i fiori...


Raccontare grandi tragedie è facile. Mettere su carta passioni che spingono i protagonisti a deragliare è un mestiere semplice. Il difficile è raccontare la corruzione lenta dei sentimenti, lo sgretolarsi quotidiano di un’illusione. Il cinema e la letteratura pullulano di personaggi maschili violenti. Ma si può essere crudeli anche con dolcezza e senza mai alzare la voce. Esistono uomini dediti al distacco tanto quanto altri lo sono alla bottiglia o al gioco d’azzardo. Vivono male con se stessi e cercano qualcuno con cui condividere questo disagio. Ma poi, quando lo trovano, non lo seguono mai verso la fine del tunnel. No. Loro in quel tunnel (un po’ umido, abitato da animaletti ciechi, amanti dei lunghi letarghi) ci stanno bene. E pretenderebbero che anche tu ti fermassi lì. E tu lo fai. Per amore accetti tutto. La desolazione del silenzio, la monotonia di una solitudine coltivata in compagnia.
Gli altri (gli amici, tua madre che osserva il tuo sguardo triste e cerca di capire senza mai avere il coraggio di farti domande dirette) continuano a dirti che sei bella. «Sei un fiore, non lo vedi? Non hai una ruga, non hai occhiaie…» Per forza. Io sono intatta e candida come una statua d’avorio. Senza sussulti. Avevo un nocciolo fatto di calore e di battiti frenetici, dentro di me, fino a qualche anno fa. Poi ha cominciato a seccarsi. A indurirsi. E’ diventato granitico e scaglia fitte contro il mio ombelico.
A volte vorresti essere una di quelle creature semplici che non si pongono mai domande. Mentre tu le domande te le poni, invece. Ti tormentano tutto il giorno. Per questo devi trovare delle distrazioni: il lavoro, le amiche, i libri, Internet. Qualsiasi cosa che metta a tacere quella disperata voce interiore che ti dice: «Non esiste un senso, in tutto questo». Perché, se la tua vita non ha un Senso (alto, cristallino, infrangibile nonostante le brutture di questa esistenza), allora a cosa serve aprire gli occhi ogni mattina. [...] Passano lentamente, gli anni, quando sei impegnata a farti a pezzi. Una vita che trascorre senza lasciare traccia. Alla fine abbandoni ogni istinto di ribellione. Vorresti solo un'esistenza normale, fatta di piccole cose banali. Ti illudi che i piccoli rituali quotidiani possano aiutarti ad anestetizzare cuore, pancia e cervello. Come affastellare gli anni a suon di antidolorifici.

(E poi c'è il prosieguo. Il lieto fine. Quella storia bellissima che - lo prometto - prima o poi vi racconterò...)

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