Dei bigotti.
Di quelli che hanno sempre la verità in tasca.
Degli uomini che: le puttane nel letto, le madri e le sante all'altare.
Delle donne che: le ragazze per bene queste cose non le fanno.
Degli ipocriti secondo cui solo agli uomini può piacere il sesso; le donne che lo amano sotto sotto devono essere un po' zoccole.
Dei perbenisti che: la fellatio no... oppure, se proprio si deve, solo con un certo fastidio.
Di quelli che: lei, dopotutto, non era una verginella.
Di quelli che: il tradimento mai - meglio una relazione frustrante, insoddisfacente e corrotta a vita.
Dei coraggiosi da tastiera, mascherati dietro a stupidi nickname.
Dei troglomaschilisti dalla battuta (volgare) facile, ma sempre solo se scritta su un social network. (Dal vivo, ve lo assicuro, si rivelano molto mansueti.)
Di quelli che: se l'è andata a cercare.
Di quelli che osservano la triste sfilata delle prostitute per strada o delle tette e dei culi sui cartelloni pubblicitari - ma quello va bene, tutto sommato è concesso.
Di quelli che: ma in fin dei conti... lei che ci faceva in giro a quell'ora? E com'era vestita?
Tiziana Cantone è morta per colpa vostra.
Tiziana era una giovane donna forse debole (come lo siamo tutti), forse dotata di scarsa consapevolezza (e chi può dirsi del tutto inaffondabile?), forse in balia delle onde (e chi non è mai stato naufrago in questa esistenza?) - ma era una vita. Tremante, palpitante, nel pieno divenire dei suoi 31 anni, bellissima.
E voi l'avete spezzata. Calpestata sotto il peso della vostra facoltà giudicante. Voi che vi sentite sempre in diritto e in dovere di puntare il dito e di sputare le vostre velenose sentenze sulle esistenze altrui.
Guardatevi allo specchio: ora che Tiziana non c'è più, vi sentite meglio? Soddisfatti nella vostra brama di sangue misto a moralismo da trenta denari? Oppure non avrete tempo di crogiolarvi nella gioia che provate di fronte alla morte di un'altra puttana, perché già impegnati a scagliarvi contro la prossima vittima? A chi toccherà? Alla tredicenne stuprata dal branco? Alla diciassettenne strafatta di alcol? O a qualche altra pecora sacrificale di cui il Web non ci tramanderà memoria e a cui non potremo (noi, donne non "dabbene") rendere giustizia neppure con le nostre parole?
Sapete che vi dico? #fellatioanchio. E adesso lapidateci tutte.
giovedì 15 settembre 2016
giovedì 1 settembre 2016
Hai un utero. Se non lo usi, che razza di donna sei?
Una campagna che si prefigge di:
1) informare i cittadini sul ruolo della Fertilità [addirittura con la lettera maiuscola! L'ideologia renziana contro tutte le regole dell'ortografia! N.d.A.] nella loro vita, sulla sua durata e su come proteggerla evitando comportamenti che possono metterla a rischio;(Tratto dal Piano Nazionale per la Fertilità - Difendi la tua fertilità, prepara una culla nel tuo futuro, diffuso in questi giorni dal Ministero.)
2) fornire assistenza sanitaria qualificata per difendere la Fertilità, promuovere interventi di prevenzione e diagnosi precoce al fine di curare le malattie dell'apparato riproduttivo e intervenire, ove possibile, per ripristinare la fertilità naturale;
3) sviluppare nelle persone la conoscenza delle caratteristiche funzionali della loro fertilità per poterla usare scegliendo di avere un figlio consapevolmente ed autonomamente;
4) operare un capovolgimento della mentalità corrente volto a rileggere la Fertilità come bisogno essenziale non solo della coppia ma dell’intera società, promuovendo un rinnovamento culturale in tema di procreazione;
5) celebrare questa rivoluzione culturale istituendo il “Fertility Day”, Giornata
Nazionale di informazione e formazione sulla Fertilità, dove la parola d’ordine sarà scoprire il “Prestigio della Maternità”.
Ora, io non vorrei passare per la solita puntigliosa guastafeste, ma tutti i punti sopra elencati sono contestabili dal punto di vista sia storico sia sociale.
Già durante il ventennio fascista erano state concepite discutibili campagne politiche a difesa della fertilità, che esaltavano la donna unicamente come "strumento essenziale per la riproduzione" (si pensi al divieto di vendita di mezzi anticoncezionali; all'istituzione, nel 1933, della "Giornata della madre e del fanciullo"; alla creazione dell'OMNI - Opera Nazionale per la protezione della maternità e dell'infanzia ecc.).
Oggi la ministra Lorenzin pensa bene di tirare fuori dal cilindrone catto-democristiano il peggio dei pregiudizi italici sul femminino, escogitando un "Piano Nazionale per la Fertilità" fascistoide, condito di (pessimo) humor pubblicitario - che fa tanto Paese giovane e alternativo.
Peccato che, come scrivevo sopra, il FertilityDay sia vergognoso da qualunque parte lo si voglia considerare.
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| Alcune immagini della campagna pubblicitaria dedicata al FertilityDay, promossa dal Ministero della Salute. |
Andiamo per gradi...
1) il Ministero vuole informarci sull'importanza della fertilità e sul fatto che essa sia (nella donna) un "bene pubblico" (!!!) effimero, in quanto, dopo i 35 anni, «concepire un bambino diventa progressivamente più difficile» (dal Piano Nazionale per la Fertilità): la classica scoperta dell'acqua calda, insomma, giacché le donne sono perfettamente consapevoli di quanto sia difficile e potenzialmente rischioso concepire un figlio dopo la soglia dei 35. Se decidono di non averne o di affrontare le complicazioni di una gravidanza a rischio è perché nel nostro civilissimo "bel" Paese è praticamente impossibile, a causa delle percentuali di disoccupazione e per la totale mancanza di ammortizzatori sociali e di servizi a sostegno di genitori e bambini, mantenere un figlio quando si è molto giovani - a meno che non si scelga di farsi aiutare in toto dai nonni.
Nel Piano Nazionale per la Fertilità, il problema della disoccupazione giovanile viene sì menzionato, ma quasi distrattamente; ciò su cui ci si focalizza è il "ruolo sociale" della fertilità - e della fertilità femminile in primis (la paternità è solo una "conseguenza" (sic!) perché l'uomo può e deve affermarsi socialmente in molti modi; la donna, invece, è precipuamente fattrice - con buona pace di ogni conquista nell'ambito dei diritti femminili).
Nelle donne, in particolare, sono andati in crisi i modelli di identificazione tradizionali ed il maggiore impegno nel campo lavorativo e nel raggiungimento di una2) Il Ministero vorrebbe aiutarci a una scelta "matura e consapevole" della maternità - e questo appare in netta contraddizione con quanto affermato nel corso di tutto il documento, visto che spesso l'unica vera scelta matura e consapevole consiste proprio nello decidere di non avere figli - piuttosto che averli e poi non poterli gestire né organizzativamente né economicamente. La maternità dovrebbe essere infatti un atto di amore estremo, teso a garantire al bambino che verrà una vita degna di essere vissuta - non un atto di egoismo individuale ("Faccio un figlio perché ne ho bisogno/mi fa piacere... e poi vedremo come andrà") né tanto meno sociale (la fertilità come "bene pubblico" è uno slogan che fa accapponare la pelle).
autonomia ed autosufficienza ha portato ad un aumento dei conflitti tra queste tendenze
e quelle rivolte alla maternità. Nello stesso tempo la crisi economica ha determinato un’elevata disoccupazione giovanile, tra le più alte d’Europa e questo ha reso ancora più difficile per i giovani ideare progetti di vita autonoma rispetto alla famiglia d’origine. Il ritardo nell’uscita dalla casa dei genitori si riflette anche nel ritardo nel progettare la nascita del primo figlio.
Fra le motivazioni possiamo riflettere sulla mancanza, attualmente, del valore sociale della maternità, (e più in generale, dell’essere genitori). Con ciò intendendo il non riconoscimento, in ambito pubblico, del fatto che essere madri non è solamente una scelta personale, ma è un’esperienza che caratterizza in modo decisivo la vita di una persona, ne aumenta le competenze, ne disegna il tratto umano e le capacità organizzative e relazionali, mutandole e maturandole.
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| Subvertising di Valentina Maran |
3) Il Ministero parla tanto di "fertilità", strizzando simpaticamente l'occhio alle giovani (??) coppie, ma non ci inganna: sono le donne a essere, in realtà, prese di mira - tant'è che la parola d'ordine del FertilityDay sarà "prestigio della maternità". Come se la genitorialità dipendesse per la sua quasi totalità dalla scelta femminile e solo in secundis da quella maschile (alla faccia della consapevolezza!). Come se fosse giusto identificare socialmente la donna prima di tutto in quanto madre e fattrice feconda e poi, solo secondariamente, in quanto individuo, dotato di inclinazioni, volontà e desideri particolari. Come se le donne che scelgono la maternità (a volte anche con una certa dose di incoscienza, come sottolinea nella sua bella lettera alla ministra Lorenzin Mary G. Baccaglini) fossero un po' più donne e un po' più meritevoli di quelle che decidono di non averne. Come se mai avessimo lottato per essere "altro" oltre al frutto delle nostre ovaie e del nostro utero.
Insomma, da qualunque parte si consideri la faccenda, il piano nazionale sulla fertilità e la conseguente campagna mediatica ideata dal Ministero si sono rivelati disastrosi. La Lorenzin ha saputo far arrabbiare uomini e donne, giovani e vecchi, come forse non accadeva da tempo in Italia. Le proteste sono state tanto numerose che il sito Internet dedicato al FamilyDay è stato chiuso già nella giornata di ieri.
Ora staremo a vedere che cosa accadrà: la giornata nazionale per il "prestigio della maternità" è prevista per il prossimo 22 settembre. Chissà se la Lorenzin e il suo entourage di pubblicitari pacchiani avranno il coraggio di arrivare fino in fondo. Nel caso, speriamo, come sempre, in una bella contro-manifestazione, sentita, colorata, "di pancia"... Una bella pancia fertile, sì: capace, però, di partorire idee, valori, reali consapevolezze - invece che ovuli da donare allo Stato.
Link di riferimento:
- Al di là del buco
- Non solo FertilityDay: le donne sono arrabbiate e hanno ragione ad esserlo, di F. Perina
giovedì 18 agosto 2016
Di ritorno dai boschi delle bagiue
Di ritorno da due giorni nella terra delle bagiue (Triora, Liguria) e già ci vorrei tornare. Terra di acque limpide e di boschi, dove immagino donne sagge camminare a piedi nudi, veicolando l'energia tellurica.
Terra (anche) di morte, perché l'ignoranza può essere spietata, letale - e si sa che spesso il potere di guarigione veniva scambiato per volontà di nuocere, le antiche conoscenze trasfigurate in retaggi pagani da esorcizzare e il potere del "femminino" in una manifestazione satanica da distruggere, torturare, fare a pezzi.
Eppure le streghe continuano a vagare per i sentieri e le strade di Triora. Il libro di Sandro Oddo Bagiue - Le streghe di Triora, fantasia e realtà (con le bellissime illustrazioni di Diana Fontana) raccoglie testimonianze che precedono il processo terribile, condotto dall'Inquisizione a partire dal 1587, e che arrivano sin quasi ai giorni nostri: a dimostrare quanto e come l'energia dei luoghi, connessa a quella di alcuni individui, sia inestinguibile.
Oggi sono cambiati i tempi (almeno così ci raccontano...), ma l'accettazione del Femminile (del Femminile profondo, intendo: oggi voglio andare ben oltre la discriminazione di genere) è una realtà ancora lontana.
Tornerò a parlare di streghe. Ne parlerò più diffusamente e in maniera più precisa e articolata.
Oggi, però, ho bisogno di semplicità.
Ho bisogno di leggere le loro storie e di fantasticare. Immaginandole nella notte, radunate intorno alla "Cabotina", coi grembiuli pieni di strigonella e i talloni consumati a forza di percorrere sentieri...
Terra (anche) di morte, perché l'ignoranza può essere spietata, letale - e si sa che spesso il potere di guarigione veniva scambiato per volontà di nuocere, le antiche conoscenze trasfigurate in retaggi pagani da esorcizzare e il potere del "femminino" in una manifestazione satanica da distruggere, torturare, fare a pezzi.
Eppure le streghe continuano a vagare per i sentieri e le strade di Triora. Il libro di Sandro Oddo Bagiue - Le streghe di Triora, fantasia e realtà (con le bellissime illustrazioni di Diana Fontana) raccoglie testimonianze che precedono il processo terribile, condotto dall'Inquisizione a partire dal 1587, e che arrivano sin quasi ai giorni nostri: a dimostrare quanto e come l'energia dei luoghi, connessa a quella di alcuni individui, sia inestinguibile.
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| Dal libro di Sandro Oddo, una delle bellissime illustrazioni di Diana Fontana |
«Le streghe esistono, eccome, e non solo in Valle Argentina. Anche se non me lo chiedete ve lo dico: mi capita spesso di volare di notte. Volo, non solo nella vallata, ed incontro persone che conosco e saluto dicendo loro: "Ci siete anche voi? L'avevo immaginato!"» (La testimonianza di Amalia, la "strega del pentolino" intervistata durante la trasmissione Bell'Italia, riportata nel libro di Sandro Oddo).Ho parlato e scritto tanto, delle mie amate "streghe", nel corso degli anni (sul vecchio - ma mai dimenticato - blog Silentia Lunae; su diversi articoli cartacei; nella mia tesi di laurea; ora anche su Phaneron...) e, al di là del dato storico, ciò che mi lega a loro è da sempre un sentimento che ha a che fare con la suggestione della Natura, con la poesia e con la familiarità rispetto a ciò che è diverso, contestato, in-compreso. Perché questo erano (sono!) le masche, le bagiue e tutte le strigae di cui conserviamo memoria: donne che, pur nella loro semplicità, avevano riconosciuto e coltivavano (non solo dentro se stesse, ma anche nella Natura potente che le circondava) il Femminino - e che, proprio per questo, furono perseguitate, oppresse e schiacciate da taluni elementi della società ad esse contemporanea.
Oggi sono cambiati i tempi (almeno così ci raccontano...), ma l'accettazione del Femminile (del Femminile profondo, intendo: oggi voglio andare ben oltre la discriminazione di genere) è una realtà ancora lontana.
Tornerò a parlare di streghe. Ne parlerò più diffusamente e in maniera più precisa e articolata.
Oggi, però, ho bisogno di semplicità.
Ho bisogno di leggere le loro storie e di fantasticare. Immaginandole nella notte, radunate intorno alla "Cabotina", coi grembiuli pieni di strigonella e i talloni consumati a forza di percorrere sentieri...
lunedì 8 agosto 2016
Per Evandro della Serra: amico grande, anima bella
Ti leggo adesso che non ci sei più.
Del resto, lo sai, io sono sempre stata lenta e precisina, mentre tu sprizzavi parole da tutti i pori. Per questo ora il tuo silenzio ha un effetto tanto straziante, in me e in tutti noi. Eravamo abituati a sentirti, a leggerti - e credo che non abbiamo mai capito niente, perché, in verità, eri tu ad ascoltarci, a leggere tra le nostre righe impazzite, a suonare i nostri vissuti in accordo con l'andirivieni delle onde del mare. Diventavano belle, le nostre vite, attraverso la tua penna.
Con me, replicasti la magia per due volte - le più importanti. Con La casa della Candelora (i cui protagonisti erano - guarda caso - un vecchio brontolone e "la ragazza dalle nere sottane", inquilini improbabili di un condominio che tanto sarebbe piaciuto a Salvador Dalì), diversi anni fa e, di recente, con Il canto delle conchiglie, andato in scena a Jesolo lo scorso 24 luglio.
Avevi saputo della mia separazione, degli anni di sofferenza che avevo trascorso (sempre in silenzio, come da copione) e mi hai chiesto di farti dono del mio dolore.
Sei sempre riuscito a farmi scrivere. Sei sempre stato un guaritore attraverso le parole.
Io ho rigettato su carta la mia decennale rigidità - tu ne hai fatto poesia.
Se non è un miracolo questo.
Me lo hai ripetuto per anni, che avrei dovuto continuare a scrivere ("Scrivi, ragazzina. Sei favolosa, quando scrivi") e io, che non sono granché come allieva, per tutta risposta, ho lasciato (con gioia, con trepido orgoglio) che fossi tu a raccontare il mio travaglio. Non avrei potuto affidarlo a mani migliori.
Chissà se imparerò mai la lezione, Evandro caro. E, se la imparerò, chissà se avrò mai modo di dirtelo, che l'ho imparata.
Sarebbe bello se un giorno potessimo ritrovarci nella nostra Casa della Candelora, in quel condominio surreale che assomigliava ad un alveare. Chissà se torneremo ad essere vicini di casa - e insieme a noi coloro che abbiamo amato come folli. Sarebbe bello se potessi dirti che dalla tua morte sono nati fiori gialli e arancioni e blu, che profumano di cose giuste e felici. Credo che ne saresti soddisfatto. Credo che non vorresti lacrime e sconforto, per questo brutto scherzo che ci hai giocato, bensì ti aspetteresti che imparassimo qualcosa - una volta tanto.
Ci proveremo. Ci proverò. Da domani. Oggi lascia che ancora ci asciughiamo le lacrime, stringendoci smarriti l'un l'altro. Perché ci manchi, sai. Mancano i tuoi rimbrotti, le tue esortazioni - e, sopra ogni cosa, le tue parole. Quelle che rievocavano odori e rumori forti e risate fra le lacrime e terra e spruzzi di acqua salata...
Questa vita ha bisogno di uomini che leggano poesie in riva al mare e che scelgano di diventare padri a dispetto del sangue - come hai fatto tu.
Adesso spetta a noi.
Bello scherzo ci hai fatto, Evandro.
Del resto, lo sai, io sono sempre stata lenta e precisina, mentre tu sprizzavi parole da tutti i pori. Per questo ora il tuo silenzio ha un effetto tanto straziante, in me e in tutti noi. Eravamo abituati a sentirti, a leggerti - e credo che non abbiamo mai capito niente, perché, in verità, eri tu ad ascoltarci, a leggere tra le nostre righe impazzite, a suonare i nostri vissuti in accordo con l'andirivieni delle onde del mare. Diventavano belle, le nostre vite, attraverso la tua penna.
Con me, replicasti la magia per due volte - le più importanti. Con La casa della Candelora (i cui protagonisti erano - guarda caso - un vecchio brontolone e "la ragazza dalle nere sottane", inquilini improbabili di un condominio che tanto sarebbe piaciuto a Salvador Dalì), diversi anni fa e, di recente, con Il canto delle conchiglie, andato in scena a Jesolo lo scorso 24 luglio.
Avevi saputo della mia separazione, degli anni di sofferenza che avevo trascorso (sempre in silenzio, come da copione) e mi hai chiesto di farti dono del mio dolore.
Sei sempre riuscito a farmi scrivere. Sei sempre stato un guaritore attraverso le parole.
Io ho rigettato su carta la mia decennale rigidità - tu ne hai fatto poesia.
Se non è un miracolo questo.
Il mare imbroglia, è sempre lui che mescola le carte. Tu lasci delle orme, dei segni, pianti un paletto, scrivi qualcosa con le conchiglie di giorno e la notte arriva l'alta marea e sguish...cancella tutto. Ogni mattina ricominci da capo, e non saprai con quale forza il mare si schianterà sui frangionde, se accarezzerà la spiaggia o la schiaffeggerà. La vita è uguale. Ci sono giorni che il cielo e il mare si truccano pesantemente, come vecchie attrici, di nero e blu. L'alba non può esibire nulla di viola. Sipario, si recita lo stesso. E in questi giorni di tempesta, con la grandine che spacca i tetti dei chioschi e fa assomigliare la sabbia ad emmenthal io penso, e quando penso sono pericolosa per me stessa. Penso e mi faccio male. Progetto la mia distruzione con estrema cura, fin nei minimi particolari. Mi rovino la vita da professionista. (Da Il canto delle conchiglie)
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| Evandro Della Serra |
Chissà se imparerò mai la lezione, Evandro caro. E, se la imparerò, chissà se avrò mai modo di dirtelo, che l'ho imparata.
Sarebbe bello se un giorno potessimo ritrovarci nella nostra Casa della Candelora, in quel condominio surreale che assomigliava ad un alveare. Chissà se torneremo ad essere vicini di casa - e insieme a noi coloro che abbiamo amato come folli. Sarebbe bello se potessi dirti che dalla tua morte sono nati fiori gialli e arancioni e blu, che profumano di cose giuste e felici. Credo che ne saresti soddisfatto. Credo che non vorresti lacrime e sconforto, per questo brutto scherzo che ci hai giocato, bensì ti aspetteresti che imparassimo qualcosa - una volta tanto.
Ci proveremo. Ci proverò. Da domani. Oggi lascia che ancora ci asciughiamo le lacrime, stringendoci smarriti l'un l'altro. Perché ci manchi, sai. Mancano i tuoi rimbrotti, le tue esortazioni - e, sopra ogni cosa, le tue parole. Quelle che rievocavano odori e rumori forti e risate fra le lacrime e terra e spruzzi di acqua salata...
Questa vita ha bisogno di uomini che leggano poesie in riva al mare e che scelgano di diventare padri a dispetto del sangue - come hai fatto tu.
Adesso spetta a noi.
Bello scherzo ci hai fatto, Evandro.
venerdì 5 agosto 2016
Phaneron!
Bella estate, questa, che sa di sapone per il bucato, di profumo dolceamaro della pelle e di lavanda testarda.
Sono così impegnata a vivere che scrivo poco. Me ne dispiaccio... ma solo un po'!
Credo che fosse ora di abbandonare la vecchia "rigidità progettuale" per la bellezza del semplice fluire.
Nel frattempo, prima di pubblicare una nuova recensione (sono ancora ferma a Vita degli Elfi della Barbery), approfitto per linkare il blog del nuovo progetto a cui mi sto dedicando:
Logo e progetto grafico sono miei... e spero che vi piacciano! :)
Buona vita. Di cuore. ♥
Sono così impegnata a vivere che scrivo poco. Me ne dispiaccio... ma solo un po'!
Credo che fosse ora di abbandonare la vecchia "rigidità progettuale" per la bellezza del semplice fluire.
Nel frattempo, prima di pubblicare una nuova recensione (sono ancora ferma a Vita degli Elfi della Barbery), approfitto per linkare il blog del nuovo progetto a cui mi sto dedicando:
Logo e progetto grafico sono miei... e spero che vi piacciano! :)
Buona vita. Di cuore. ♥
giovedì 30 giugno 2016
Poco per volta, si viene alla luce...
Un caro Amico mi ha chiesto di scrivere qualcosa sulla solitudine, per aiutarlo nella composizione di un monologo sulla malinconia generata dalla fine di un amore.
Queste sono alcune delle mie idee, dei pensieri che ho scritto di getto - senza pensarci troppo su.
Il risultato finale sarà nel suo monologo, che spero di poter presto pubblicare su questo blog. In fin dei conti aveva ragione De André: dal letame nascono sempre i fiori...
Raccontare grandi tragedie è facile. Mettere su carta passioni che spingono i protagonisti a deragliare è un mestiere semplice. Il difficile è raccontare la corruzione lenta dei sentimenti, lo sgretolarsi quotidiano di un’illusione. Il cinema e la letteratura pullulano di personaggi maschili violenti. Ma si può essere crudeli anche con dolcezza e senza mai alzare la voce. Esistono uomini dediti al distacco tanto quanto altri lo sono alla bottiglia o al gioco d’azzardo. Vivono male con se stessi e cercano qualcuno con cui condividere questo disagio. Ma poi, quando lo trovano, non lo seguono mai verso la fine del tunnel. No. Loro in quel tunnel (un po’ umido, abitato da animaletti ciechi, amanti dei lunghi letarghi) ci stanno bene. E pretenderebbero che anche tu ti fermassi lì. E tu lo fai. Per amore accetti tutto. La desolazione del silenzio, la monotonia di una solitudine coltivata in compagnia.
Gli altri (gli amici, tua madre che osserva il tuo sguardo triste e cerca di capire senza mai avere il coraggio di farti domande dirette) continuano a dirti che sei bella. «Sei un fiore, non lo vedi? Non hai una ruga, non hai occhiaie…» Per forza. Io sono intatta e candida come una statua d’avorio. Senza sussulti. Avevo un nocciolo fatto di calore e di battiti frenetici, dentro di me, fino a qualche anno fa. Poi ha cominciato a seccarsi. A indurirsi. E’ diventato granitico e scaglia fitte contro il mio ombelico.
A volte vorresti essere una di quelle creature semplici che non si pongono mai domande. Mentre tu le domande te le poni, invece. Ti tormentano tutto il giorno. Per questo devi trovare delle distrazioni: il lavoro, le amiche, i libri, Internet. Qualsiasi cosa che metta a tacere quella disperata voce interiore che ti dice: «Non esiste un senso, in tutto questo». Perché, se la tua vita non ha un Senso (alto, cristallino, infrangibile nonostante le brutture di questa esistenza), allora a cosa serve aprire gli occhi ogni mattina. [...] Passano lentamente, gli anni, quando sei impegnata a farti a pezzi. Una vita che trascorre senza lasciare traccia. Alla fine abbandoni ogni istinto di ribellione. Vorresti solo un'esistenza normale, fatta di piccole cose banali. Ti illudi che i piccoli rituali quotidiani possano aiutarti ad anestetizzare cuore, pancia e cervello. Come affastellare gli anni a suon di antidolorifici.
(E poi c'è il prosieguo. Il lieto fine. Quella storia bellissima che - lo prometto - prima o poi vi racconterò...)
Queste sono alcune delle mie idee, dei pensieri che ho scritto di getto - senza pensarci troppo su.
Il risultato finale sarà nel suo monologo, che spero di poter presto pubblicare su questo blog. In fin dei conti aveva ragione De André: dal letame nascono sempre i fiori...
Raccontare grandi tragedie è facile. Mettere su carta passioni che spingono i protagonisti a deragliare è un mestiere semplice. Il difficile è raccontare la corruzione lenta dei sentimenti, lo sgretolarsi quotidiano di un’illusione. Il cinema e la letteratura pullulano di personaggi maschili violenti. Ma si può essere crudeli anche con dolcezza e senza mai alzare la voce. Esistono uomini dediti al distacco tanto quanto altri lo sono alla bottiglia o al gioco d’azzardo. Vivono male con se stessi e cercano qualcuno con cui condividere questo disagio. Ma poi, quando lo trovano, non lo seguono mai verso la fine del tunnel. No. Loro in quel tunnel (un po’ umido, abitato da animaletti ciechi, amanti dei lunghi letarghi) ci stanno bene. E pretenderebbero che anche tu ti fermassi lì. E tu lo fai. Per amore accetti tutto. La desolazione del silenzio, la monotonia di una solitudine coltivata in compagnia.
Gli altri (gli amici, tua madre che osserva il tuo sguardo triste e cerca di capire senza mai avere il coraggio di farti domande dirette) continuano a dirti che sei bella. «Sei un fiore, non lo vedi? Non hai una ruga, non hai occhiaie…» Per forza. Io sono intatta e candida come una statua d’avorio. Senza sussulti. Avevo un nocciolo fatto di calore e di battiti frenetici, dentro di me, fino a qualche anno fa. Poi ha cominciato a seccarsi. A indurirsi. E’ diventato granitico e scaglia fitte contro il mio ombelico.
A volte vorresti essere una di quelle creature semplici che non si pongono mai domande. Mentre tu le domande te le poni, invece. Ti tormentano tutto il giorno. Per questo devi trovare delle distrazioni: il lavoro, le amiche, i libri, Internet. Qualsiasi cosa che metta a tacere quella disperata voce interiore che ti dice: «Non esiste un senso, in tutto questo». Perché, se la tua vita non ha un Senso (alto, cristallino, infrangibile nonostante le brutture di questa esistenza), allora a cosa serve aprire gli occhi ogni mattina. [...] Passano lentamente, gli anni, quando sei impegnata a farti a pezzi. Una vita che trascorre senza lasciare traccia. Alla fine abbandoni ogni istinto di ribellione. Vorresti solo un'esistenza normale, fatta di piccole cose banali. Ti illudi che i piccoli rituali quotidiani possano aiutarti ad anestetizzare cuore, pancia e cervello. Come affastellare gli anni a suon di antidolorifici.
(E poi c'è il prosieguo. Il lieto fine. Quella storia bellissima che - lo prometto - prima o poi vi racconterò...)
venerdì 27 maggio 2016
Hugo e rose
(Lo ammetto: il mio giudizio su questo romanzo è stato largamente influenzato dal mio vissuto, soprattutto da quello degli ultimi mesi. Perciò questa, più che una vera e propria recensione, sarà una carrellata di riflessioni più o meno pertinenti, che mi sono venute in mente mentre leggevo, nei tempi morti lasciati dalla scuola, sul mio fidatissimo divano verde e con il piccolo Timmy incollato alla coscia. Attenzione: contiene qualche spoiler!)
Hugo e Rose è una storia onirica, scritta con una penna veloce e al tempo stesso poetica e fantasiosa. L'intera vicenda si dipana fra sogno e realtà, fra sonno e veglia, in un intreccio dapprima quieto (l'isola in cui si incontrano ogni notte i protagonisti, dopo essersi addormentati, sembra un po' la versione fantasy di Laguna blu...), poi via via sempre più parossistico.
La storia è quella di Hugo e Rose che, pur non essendosi mai conosciuti, fin da bambini si incontrano in sogno: notte dopo notte, infatti, essi si ridestano a nuova vita in un'isola immaginaria, dove combattono contro mostri e ragni giganteschi, avendo come unico obiettivo quello di raggiungere l'apparentemente impenetrabile Città Castello. Questi sogni, ricorrenti e progressivi, appaiono agli occhi dei familiari della protagonista (una donna di mezza età che conduce un'esistenza frustrante, tutta dedita alla cura dei tre figli e della casa) come un'innocua bizzarria... almeno fino al giorno in cui Rose non incontra Hugo, il suo onirico compagno, anche nella realtà. Condividere con Hugo anche la vita reale non sarà facile - e Rose inizierà a rendersi conto, poco per volta, di quanto pericoloso possa essere il suo legame con un uomo che, in teoria, avrebbe dovuto essere solo una proiezione della sua mente.
Un romanzo sui sogni, dunque - e sulla loro importanza.
Ma anche un romanzo sulla predestinazione. Peccato che l'americanissima Bridget Foley guardi ad essa con estrema diffidenza, trasformando il "viaggio iniziatico" di Hugo e Rose in un incubo (dal sapore spiccatamente cinematografico, con tanto di inseguimenti da parte dei "mostri" dell'isola) da cui la protagonista riuscirà a stento a salvarsi.
E' un po' come se la Foley avesse voluto metterci in guardia sulla possibile pericolosità dei legami karmici, descrivendoli come fondamentalmente patologici: non un'occasione preziosa di crescita interiore ma, al contrario, il tentativo da parte di un'anima tormentata e impaurita di trascinare nel baratro la propria controparte.
Ovviamente, per quanto coinvolgente sia la scrittura dell'autrice di Hugo e Rose il finale non mi ha convinta affatto: la vittoria della famiglia tradizionale (borghese, con una moglie annichilita nel proprio ruolo e oggettivamente frustrata) a scapito dei segnali provenienti da una realtà "altra" e la relativa "sconfitta" del personaggio di Hugo hanno il sapore di una soluzione di comodo, rassicurante per la maggior parte dei lettori, più che di un reale happy end. Come se l'autrice avesse voluto confrontarsi con tematiche delicatissime (i nessi del destino, i legami animici) senza avere poi il coraggio di affrontarne le debite conseguenze. Meglio per tutti (e forse anche per la Foley stessa) che la pingue, esausta Rose ritorni infine nei ranghi casalinghi, a districarsi fra faccende e sogni banali, e che il superamento dei suoi limiti personali si risolva semplicemente nel voler indossare il caschetto per imparare finalmente (dopo i 40 anni) ad andare in bicicletta...
B. Foley
Hugo e Rose
Edizioni e/o
P. 330
Hugo e Rose è una storia onirica, scritta con una penna veloce e al tempo stesso poetica e fantasiosa. L'intera vicenda si dipana fra sogno e realtà, fra sonno e veglia, in un intreccio dapprima quieto (l'isola in cui si incontrano ogni notte i protagonisti, dopo essersi addormentati, sembra un po' la versione fantasy di Laguna blu...), poi via via sempre più parossistico.
La storia è quella di Hugo e Rose che, pur non essendosi mai conosciuti, fin da bambini si incontrano in sogno: notte dopo notte, infatti, essi si ridestano a nuova vita in un'isola immaginaria, dove combattono contro mostri e ragni giganteschi, avendo come unico obiettivo quello di raggiungere l'apparentemente impenetrabile Città Castello. Questi sogni, ricorrenti e progressivi, appaiono agli occhi dei familiari della protagonista (una donna di mezza età che conduce un'esistenza frustrante, tutta dedita alla cura dei tre figli e della casa) come un'innocua bizzarria... almeno fino al giorno in cui Rose non incontra Hugo, il suo onirico compagno, anche nella realtà. Condividere con Hugo anche la vita reale non sarà facile - e Rose inizierà a rendersi conto, poco per volta, di quanto pericoloso possa essere il suo legame con un uomo che, in teoria, avrebbe dovuto essere solo una proiezione della sua mente.
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| La mia copia di Hugo e Rose, con segnalibro di Blackmilk. |
Un romanzo sui sogni, dunque - e sulla loro importanza.
«Forse... forse è questo che sono i sogni. Forse le persone che vediamo in sogno sono individui reali che hanno qualcosa da insegnarci, che possono aiutarci in qualche modo... Ma dai sogni ci si sveglia. I sogni dovrebbero aiutarci a vivere meglio la vita... non impedircelo.»
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| Pre-destinazioni... |
Ma anche un romanzo sulla predestinazione. Peccato che l'americanissima Bridget Foley guardi ad essa con estrema diffidenza, trasformando il "viaggio iniziatico" di Hugo e Rose in un incubo (dal sapore spiccatamente cinematografico, con tanto di inseguimenti da parte dei "mostri" dell'isola) da cui la protagonista riuscirà a stento a salvarsi.
E' un po' come se la Foley avesse voluto metterci in guardia sulla possibile pericolosità dei legami karmici, descrivendoli come fondamentalmente patologici: non un'occasione preziosa di crescita interiore ma, al contrario, il tentativo da parte di un'anima tormentata e impaurita di trascinare nel baratro la propria controparte.
Ovviamente, per quanto coinvolgente sia la scrittura dell'autrice di Hugo e Rose il finale non mi ha convinta affatto: la vittoria della famiglia tradizionale (borghese, con una moglie annichilita nel proprio ruolo e oggettivamente frustrata) a scapito dei segnali provenienti da una realtà "altra" e la relativa "sconfitta" del personaggio di Hugo hanno il sapore di una soluzione di comodo, rassicurante per la maggior parte dei lettori, più che di un reale happy end. Come se l'autrice avesse voluto confrontarsi con tematiche delicatissime (i nessi del destino, i legami animici) senza avere poi il coraggio di affrontarne le debite conseguenze. Meglio per tutti (e forse anche per la Foley stessa) che la pingue, esausta Rose ritorni infine nei ranghi casalinghi, a districarsi fra faccende e sogni banali, e che il superamento dei suoi limiti personali si risolva semplicemente nel voler indossare il caschetto per imparare finalmente (dopo i 40 anni) ad andare in bicicletta...
B. Foley
Hugo e Rose
Edizioni e/o
P. 330
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