giovedì 7 dicembre 2017

Assassinio sull'Orient Express

(Attenzione: il seguente post può contenere spoiler!)

Sono un'accanita lettrice dei gialli di Agatha Christie fin dall'adolescenza, Assassinio sull'Orient Express è uno dei miei romanzi preferiti, lo rileggo periodicamente, conosco a menadito particolari e battute e, per me, l'unico Poirot possibile è quello interpretato da David Suchet.
Con queste premesse, ammetto di non essere stata ben disposta nei confronti di questo remake firmato da Kenneth Branagh (che in passato non sempre mi è piaciuto e che ho trovato un po' lezioso in alcune interpretazioni), nonostante il cast stellare: da Judi Dench a Michelle Pfeiffer, passando per Johnny Depp.
Tuttavia non potevo esimermi. Ero curiosa di vedere come il buon Branagh sarebbe uscito dal confronto non solo con la Christie, ma anche col vecchio Orient Express del '74, diretto da Sidney Lumet, con Albert Finney nella parte dell'infallibile ispettore belga. (No, nemmeno Finney mi era piaciuto...)
Sicuramente la pellicola di Lumet è più fedele al romanzo per ciò che concerne sia l'ambientazione sia le scelte della sceneggiatura. Branagh, al contrario, si concede il lusso di qualche immotivata scena di violenza (il conte Andrenyi e Arbuthnot non sfigurerebbero in un action movie) e di alcune scene girate in esterno, rinunciando così in parte all'atmosfera abbastanza claustrofobica dell'originale. Scelte che potrebbero senz'altro far storcere il naso ai puristi, se non passassero in secondo piano di fronte ad un'altra modifica importantissima: il tocco di modernità conferito al personaggio di Poirot.
Il detective del celebre romanzo di Agatha Christie (pubblicato nel 1933) appartiene alla prima stagione del romanzo giallo, inaugurata da Conan Doyle e che ha nella Christie proprio la sua principale rappresentante: al pari di miss Marple, egli indaga senza tentennamenti, mettendo al servizio della Giustizia le sue straordinarie facoltà deduttive. Nel finale, si trova di fronte a un dilemma: rivelare alle autorità la vera identità dei colpevoli (rei di aver dato la morte a un delinquente, un uomo privo di scrupoli che, anni addietro, aveva assassinato Daisy Armstrong, di soli cinque anni, riuscendo poi a sfuggire all'arresto) oppure concedere l'impunità ai famigliari e agli amici della piccola e mai dimenticata Daisy?
Nel romanzo (e così pure nella versione cinematografica del '74), il nostro Hercule sembra avere ben chiara la necessità morale di concedere un'attenuante agli assassini, proponendo egli stesso (e senza scomporsi troppo) ben due possibili soluzioni al caso - suggerendo in tal modo a Bouc (a cui verrà lasciata la difficile scelta conclusiva) la possibilità di ricorrere ad una scappatoia. Poirot, Bouc e il dottor Constantine si trovano di fronte a un bivio; ma l'investigatore appare come il personaggio meno tormentato dal dubbio. Tant'è che la Christie sceglie il personaggio della signora Hubbard, per dar voce al dissidio che coglie i protagonisti e il lettore nel capitolo conclusivo:
«Bene, ora sa tutto, signor Poirot. Che facciamo? Se la cosa deve avere un seguito, non potrebbe incolpare me e me soltanto? Infatti, io avrei molto volentieri vibrato da sola dodici colpi di pugnale a quel dannato, e non soltanto perché era stato la causa della morte di Daisy, di Sonia e del bambino non ancora nato, che oggi sarebbe vivo... No, non per questo soltanto: ma altri bambini erano stati torturati e uccisi da lui; e altri ancora, per opera sua, sarebbero potuti incorrere nella stessa sorte. La società lo aveva moralmente condannato: noi non facciamo che eseguire la sentenza.»
Come dicevo, anche il Poirot di Finney segue la stessa strada. Egli sa bene da che parte dirigersi - e il film si conclude con una scena quasi di festa, con un brindisi finale condito da sorrisi.
Al contrario, il Poirot di Branagh è un uomo del nostro tempo, privo di certezze granitiche (eccezion fatta per quelle che gli derivano dalle sue abilità investigative) e, come noi, si arrovella, si tormenta, porta al limite e all'esasperazione il colloquio finale con tutti i personaggi (esposti al freddo, in mezzo alla neve, anziché essere raccolti nel confortevole vagone ristorante del treno). E' un Poirot molto moderno e molto umano, quello di Kenneth Branagh (così come è molto contemporanea e commovente la disperazione di Michelle Pfeiffer, che addirittura afferra una pistola e grida: «Io sono già morta insieme a Daisy») e questa sua fragile simpatia ci conquista e ci inquieta al tempo stesso.
Non è un finale sorridente, quello di quest'ultimo Assassinio sull'Orient Express: Hercule Poirot scende dal treno, chiamato ad un'altra missione, e si ritrova di nuovo al freddo, immerso in un gelido paesaggio innevato. Davanti a lui scorre il treno e, dai finestrini, si vedono i volti accigliati di tutti gli altri personaggi. La contessina Andrenyi getta via il suo Barbital ma, in generale, non si respira un'aria di reale liberazione: il povero Masterman è malato di cancro all'ultimo stadio, Linda Arden porta una parrucca, MacQueen è alcolizzato - quanto ad Hercule, chissà se tornerà mai a casa...
Insomma, le modifiche apportate da Branagh all'originale di Agatha Christie, per quanto importanti, risultano comprensibili, giustificabili nell'ambito di una rielaborazione attuale del romanzo. E questo è ciò che conta. Dopotutto, cinema e letteratura non sono forse un dialogo metamorfico e continuo col passato?
Dispiace solo per la pinguedine di MacQueen (in questo caso il confronto con la pellicola di Lumet proprio non regge e Josh Gad ci fa rimpiangere amaramente Anthony Perkins), per i calcioni rotanti da super eroe del conte Andrenyi e per i baffi di Kenneth Branagh, che - no - proprio non sono quelli di Hercule Poirot...

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